La regola del silenzio

La regola del silenzio

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Un giovane reporter porta allo scoperto l’identità di Nic Sloan, negli anni 70 pacifista radicale ricercato per omicidio. È l’inizio di una caccia all’uomo in cui è coinvolta anche l’FBI.

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Si presenta come un thriller politico la nona regia di Robert Redford, ma a dire la verità, nonostante la fuga che fa da tirante della pellicola, la sensazione è che il regista/attore abbia voluto piuttosto creare un canovaccio di eventi e incontri che gli permettano di rievocare un passato non troppo lontano (quello del movimento di contestazione radicale dei Weather Underground) attraverso la voce e l’esperienza dei suoi protagonisti. ,Personaggi che erano entrati in clandestinità all’indomani di una rapina in cui era stata ammazzata una guardia giurata e ora sono chiamati a rendere conto della “fede” di allora così come delle scelte fatte in seguito, sotto l’incalzare della curiosità di un giovane giornalista (aggiornamento dei personaggi che Redford interpretò proprio nei film degli anni 70 e che oggi ha il volto di Shia LaBoeuf) ma anche di una FBI dipinta in termini decisamente negativi.,L’assunto, che una costruzione invero un po’ troppo didascalica per i gusti di chi scrive rende evidente quasi subito, è che i metodi sono da condannare ma gli ideali sono da riconoscere e forse anche imparare a coltivare con uno sguardo nuovo. È quello che dichiara la pasionaria Susan Sarandon arrestata pochi attimi prima di potersi costituire (il perché di questa scelta tardiva, però, resta ignoto, così come è ambiguo più avanti il giudizio sull’“errore di percorso” durante la rapina), ed è quello che con varianti personali ridicono gli altri ex estremisti, ognuno dei quali si è rifatto una vita e non avrebbe nessun desiderio di rivangare il passato…,La regia iperclassica di Redford si prende i suoi tempi (a volte davvero molto dilatati) e non sempre basta la sfilata di star democratiche (oltre alla Sarandon soprattutto Julie Christie, che interpreta la più “dura e pura” dei compagni di un tempo, passata attraverso molte identità e ora convertitasi al traffico di erba) a tenere desta l’attenzione su un intreccio che appare superficialmente complesso, ma in realtà è fin troppo lineare. Altrettanto semplice, del resto il modo in cui l’ambizioso giovane reporter riesce a scoprire a colpi di Google segreti e omissioni vecchi di trent’anni… Che Redford sia “innocente”, del resto, lo si dà per scontato fin da subito e la sua faticosa (e anche un po’ goffa) fuga attraverso l’America di oggi sa a volte un po’ di pretesto per rivendicare forse, più che i valori della lotta dei radicali di allora, la scelta di lottare in quanto tale, la necessità di mettere in discussione i metodi e le decisioni di un governo sempre preda della tentazione di diventare “aguzzino”.,Se lo slancio ideale della star e dei suoi compagni di avventura è ammirevole, va anche però ammesso che la pellicola non ha la forza dei film di impegno civile a cui certamente Redford si ispira. Da una parte le manca l’urgenza della storia narrata (i protagonisti – il fuggitivo e il giornalista – non rischiano mai davvero nulla), dall’altra è appesantito dalla mancanza di un vero contradditorio: dalla tirata della prima arrestata fino al confronto tra il protagonista e la sua compagna di allora il pensiero è un po’ troppo “unico”, come se nell’ansia di trasmettere un messaggio si finisca per servire al pubblico un boccone già digerito, che potrebbe risultare indigesto a chi preferisse essere sfidato nell’intelligenza da storie meno risolte.,Luisa Cotta Ramosino

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