La profezia dell’armadillo

La profezia dell’armadillo

- in AL CINEMA, FILM, INTERESSANTE
1341
Commenti disabilitati su La profezia dell’armadillo

Un ragazzo romano di 27 anni si barcamena tra lavori vari, amicizie e la madre ansiosa. Quando una notizia tragica lo manda in crisi

Download PDF

Ha 27 anni, vive alla periferia di Roma nel quartiere di Rebibbia, fa il disegnatore (anche per gruppi musicali), ma per campare arrotonda con ripetizioni di francese e altri lavoretti, per esempio facendo questionari all’aeroporto. Si fa chiamare Zero, a casa vive – da solo, ma non del tutto… – nel disordine più assoluto per la preoccupazione della madre. E mentre cerca di capire come dare un senso alla propria vita, gli arriva una notizia terribile.
«Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per oggettivi e logici, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti»: questa la frase del “fumetto” più o meno riproposta nel film, a spiegare ai profani cosa significa il titolo e cosa ci fa quello strano essere accanto a Zero (e sono dell’Armadillo le battute migliori del film). Attesissimo dai suoi fan, La profezia dell’armadillo è la versione cinematografica della graphic novel cult (tante storie brevi raccolte in volume) dello scrittore e disegnatore Zerocalcare, che ha ovviamente in Zero il suo alter ego qui interpretato da Simone Liberati (già protagonista di Cuori puri). Zero, precario da tutti i punti di vista (non solo da quello lavorativo), è afflitto da inguaribile pigrizia e inettitudine, provocata ed enfatizzata allo stesso tempo da una paradossale coscienza critica: l’Armadillo, appunto, personaggio immaginario che è una sorta di avatar o di grillo parlante costantemente accanto a Zero con le sue massime paradossali e “scorrette” e che vediamo “fisicamente” in tutta la sua abbondante e irregolare rotondità contornate da placche in bella vista (gli dà voce Valerio Aprea, grande caratterista visto per esempio nella serie Boris e nella trilogia Smetto quando voglio).

Con una madre ansiosa (Laura Morante) e un amico survoltato e sopra le righe come Secco (Pietro Castellitto), Zero passa le giornate tra abbrutimento e desiderio di cambiare, quando la notizia della morte di un’amica del liceo di cui si era innamorato lo manda in crisi. E lo costringe a fare i conti con la propria esistenza e ad affrontare il vuoto di certezze tipico della sua generazione  (con l’atteggiamento un po’ vittimista di chi sente che qualcuno gli sta rubando il futuro). Questioni serie, che non trovano però nel film diretto dall’esordiente Emanuele Scaringi il giusto tono, sospeso tra comicità di molte situazioni (l’amico che si spruzza lo spray al peperoncino, la madre che non sa usare il computer, il gustoso cameo di Adriano Panatta), ponderosità delle domande poste e rischio che i propri personaggi le facciano a se stessi non avendo interlocutori cui porle. Diventando così un po’ fini a se stesse.

Simile a tanti altri film generazionali degli ultimi decenni (dal capostipite e insuperato Ecce bombo  a tanti altri epigoni, spesso, modesti: ma non pochi hanno saputo mescolare comicità e urgenze esistenziali a tratti sincere), La profezia dell’armadillo aggiorna ovviamente lo stile ai nostri tempi – con qualche riferimento ai giorni del G8 di Genova 2001 che forse a un ragazzo di oggi dice poco – ma nella sostanza ripropone una formula già vista. Accumulando anche spunti, battute, episodi e divagazioni ma senza riuscire mai ad avvicinarsi – nonostante la collaborazione/approvazione dello stesso Zerocalcare – all’anarchia delle tavole disegnate dove pensieri, figure e parole (anche forti) si accumulano con grande “libertà”. Al cinema, per stare su quel livello, servono registi visionari e un po’ folli: un po’ troppo chiederlo a un esordiente che ha fatto tutto il suo lungo iter formativo nella factory Fandango che produce il film. E rimane anche alla fine, tra tanti spunti interessanti – ma non inediti – l’impressione di una profondità più apparente che sostanziale (sia il finale che vorrebbe essere anche toccante, o i “mitici” ricordi adolescenziali che non risultano poi così significativi). Tutto quanto, sommato al “romanesco” spinto, per quanto faccia simpatia sembra frenare molto le possibilità di immedesimazione di questa storia e dei suoi personaggi con il “target” giovanile. Esclusa, ovviamente, la folta schiera dei fans di Zerocalcare.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...