La prima linea

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La rievocazione delle “imprese” sanguinarie di Sergio Segio e della sua banda, a partire dalla fine: la liberazione della compagna Susanna Ronconi e altre terroriste dal carcere di Rovigo.

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L’assalto, costato la vita a un pensionato, alla prigione veneta il 3 gennaio 1082 fu l’inizio della fine per Sergio Segio e la sua Prima linea, gruppo terroristico che, pur meno noto delle Brigate Rosse, insanguinò anch’esso l’Italia degli anni 70 e inizio 80. Segio, che quando finì in carcere si dissociò dal suo gruppo (peraltro, appunto , in grave crisi) ma non si dichiarò mai “pentito”, scrisse un libro di memorie, “Miccia corta”, da cui è tratto il film di Renato De Maria. Per mesi se ne è parlato, tra accuse di chi temeva che si trattasse di un’opera giustificatoria – proprio perché partiva dal libro di un terrorista – e chi assicurava che non sarebbe stato tale. Chiariamo subito: pur comprendendo le polemiche delle associazioni delle vittime e di tante persone colpite in quegli anni negli affetti più cari, il film non è affatto un’apologia – che sarebbe stata inaccettabile – delle “gesta” terroriste e nemmeno un’assoluzione comprensiva; anzi, suona come netta condanna (tanto che Segio non ha apprezzato il film: meglio così…), e può essere utile storicamente a chi non sa nulla di quei fatti. Anche perché di film su quel periodo storico se ne sono fatti troppo pochi: perché il cinema non può guardare in faccia quei decenni bui per il nostro Paese, come avvenuto altrove per periodi analoghi?,La prima linea, diretto da un regista che ha fatto poche cose, e non indimenticabili, al cinema ed è più noto come regista delle prime serie di Distretto di polizia, da quell’esperienza televisiva acquista forza e ritmo nelle scene d’azione (punto debole di tanti film storici, o d’azione, italiani). Sceglie un taglio narrativo interessante: parte dall’ultima “vittoria”, appunto la liberazione di Susanna Ronconi e altre tre compagne dal carcere di Rovigo, prima della sconfitta ormai ineluttabile, e poi torna sul passato con lunghi flashback. È sorretto da una professionalità indubbia, si fa seguire bene senza annoiare mai, illumina il ricordo di chi c’era e apre squarci di conoscenza in chi era troppo giovane o non era ancora nato. E tra gli attori, il protagonista Riccardo Scamarcio fa un passo avanti nel suo percorso di maturazione (speriamo che non gli si rinfacci più gli esordi come lo Step di Tre metri sopra il cielo, il ragazzo è più bravo di quanto certa critica voglia concedergli), e fornisce una prova misurata e intensa; anche se frenata da scelte di regia che lo vogliono sempre dimesso, pessimista, quasi insicuro delle proprie convinzioni; e fin troppo lucido nell’analisi dei propri errori (pur assumendosi pienamente le responsabilità). Anche Giovanna Mezzogiorno, che interpreta Susanna Ronconi, è come sempre brava e incisiva. Piuttosto, i due non “legano”, non c’è mai la famosa chimica che pure dovrebbe essere richiesta dalle parti: recitano bene, ma ognuno per conto proprio. Soprattutto, si vede che recitano: sono sempre Scamarcio e Mezzogiorno, mai davvero Segio e Ronconi.,I problemi del film sono però complessivi: le polemiche preventive – e come tutti i pregiudizi, fuorvianti: come si fa a giudicare un film prima di averlo visto, in questo caso prima che venisse girato – hanno condizionato il regista, che sembra continuamente preoccupato di non dare mai il destro a possibili accuse di “eroicizzare” Segio e C. Film più utile che bello, La prima linea rimane sempre un po’ inerte e confuso. Non si scava nelle radici del fenomeno terroristico (forse proprio per evitare accuse di giustificazione: ma ci si può limitare a dire che erano “pazzi”?), non si capiscono bene ragioni ed evoluzioni dei personaggi (solo nella prima parte ci sono sequenze in cui si fa cenno al “prima”), lasciano perplessi alcune situazioni, come il dibattito interno, con voto, se uccidere o meno il giudice Alessandrini. E l’emozione maggiore scatta non tanto per questo o altri omicidi, per quanto efferati, ma solo per le immagini di repertorio della Rai su quei funerali, davvero imponenti, che segnarono la rivolta morale collettiva (insieme allo sdegno per il contemporaneo omicidio delle BR dell’operaio comunista Guido Rossa), anche da parte di chi inizialmente non contrastava – da sinistra – con la dovuta forza i “compagni che sbagliavano”. Un’annotazione finale: una bella scena è quella del dialogo tra Segio e l’amico Piero che cerca di dissuaderlo dal gettarsi nella lotta armata, ma suona tristemente significativo che quell’amico sia l’unico personaggio di fantasia. Nella realtà, purtroppo, di amici che dicevano la verità con severità e chiarezza a Sergio Segio e agli altri terroristi, forse, non ce ne sono stati.,Antonio Autieri,

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