La pazza gioia

La pazza gioia

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La fuga di Beatrice e Donatella, molto diverse tra loro ma entrambe ospiti di una comunità di cura per donne con disturbi mentali

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Sono due donne diversissime in tutto, Beatrice e Donatella. Una è una chiacchierona, è di origini nobili e ama le belle cose lussuose, ha frequentato gente potente o così ama raccontare (che poi non avrebbe nemmeno tutti i torti). L’altra è una poveretta che a malapena si regge in piedi – nonostante sia molto più giovane – e riesce a dire qualcosa di sé. Ma sono tutt’e due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali. E sono molto più simili di quel che si direbbe: entrambe con seri problemi con la giustizia, entrambe con alle spalle uomini e famiglie che non le hanno certo fatto del bene (padri cialtroni, madri anaffettive o sbalestrate, mariti grossolani e amanti senza amore), entrambe con più di un segreto dolore nel cuore. Nate tristi, ci sarà mai un sorriso per loro? Magari partendo da un’amicizia impossibile e chissà davvero quanto positiva l’una per l’altra, come sperano con ottimismo nella comunità? Quando fuggiranno insieme, allontanandosi dal gruppo dopo una giornata di libera uscita, inizierà una sarabanda di problemi per tutti.

La nuova commedia di Paolo Virzì, regista che sa raccontare i drammi umani mescolandoli con un umorismo affettuoso verso i suoi personaggi e che per la prima volta scrive la sceneggiatura con la collega Francesca Archibugi, può far storcere il naso a chi vi cerca soluzioni realistiche – che il film non prova nemmeno a ipotizzare – a problemi enormi come il disagio mentale. Qualcuno insomma potrebbe non approvare certe condiscendenze (la fuga delle due donne – un po’ alla Thelma e Louise – è certo vista con più simpatia di chi cerca di porvi fine), anche perché qua e là può sembrar girare la facile sentenza che il mondo “là fuori” dei sani non è certo migliore. E comunque non si può non soppesare quanto sia  netta la differenza tra dottori o rieducatori “umani” e quelli solo “repressivi” (che pure hanno in parte le loro ragioni) nei confronti di queste donne giudicate pericolose e recluse prima nella loro separazione dalla società che nella comunità.

Ma non sembra nemmeno questo il cuore del film, quanto il rapporto strano e speciale che si crea tra Beatrice e Donatella, che porta una ventata di goffa allegria e fragile baldanza alla loro vita (e al film). Nel nostro, di cuore, entrano sicuramente queste due donne, grazie anche a una Micaela Ramazzotti ancora alle prese con un personaggio toccante – con un terribile segreto nel suo passato – regalatole dal marito regista (dopo Tutta la vita davanti e soprattutto La prima cosa bella), mentre Valeria Bruni Tedeschi, finalmente da qualche anno impegnata anche in copioni con tocchi comici, è qui forse nel ruolo più bello della sua carriera; la sua Beatrice, dal linguaggio forbito e dai modi altezzosi e snob che diventano comicamente surreali, ha battute folgoranti (a chi chiede se sono matte, durante una delle loro bravate, risponde “secondo alcune perizie sembrerebbe di sì”). Ma se rimangono e rimarranno impresse nella memoria è perché l’autore – che confeziona uno dei suoi migliori film, con poche sequenze fuori fuoco (come quella della discoteca), sa guardare alla loro essenza, di donne che hanno sbagliato e sbagliano ma sempre cercando, solamente, uno sguardo buono su di loro. E quando lo ricevono – da una nuova amica o da un bambino  amato a distanza e dalla sua nuova famiglia – sono pronte faticosamente a ripartire.

Antonio Autieri

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...