La nuova versione del capolavoro di Malick

La nuova versione del capolavoro di Malick

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Tra gli ultimi film che vi segnaliamo da Venezia75, oltre alla versione estesa di “The Tree of Life”, il giallo di Andò e il film teatrale di Base, un film sulla Rivoluzione Francese, quello di chiusura sulla storia della DeLorean, un documentario su Peter Sellers…

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Per l’ultima giornata della 75ma Mostra di Venezia, che si concluderà stasera con la Cerimonia di chiusura e la premiazione – trasmessa in diretta su Rai Movie a partire dalle ore 18:45 e in streaming su Rai Play (https://www.raiplay.it/programmi/veneziabiennalecinema/) e sul sito della Biennale (www.labiennale.org) – spazio ai film fuori concorso o di altre sezioni, essendo finiti i film in lizza per il Leone d’oro e gli altri premi ufficiali. Eppure in qualche modo lo vince il Leone d’oro anche Una storia senza nome di Roberto Andò, che pure è passato fuori concorso… Come sia possibile, lo capisce chi ha visto (o vedrà) il film, dal 20 settembre nelle sale. Qui basti dire che trattasi di film nel film, con uno sceneggiatore famoso cialtrone che non scrive più una riga da anni e che si fa scrivere i celebrati script dalla segretaria di una casa di produzione (con cui ebbe una liaison) che gli fa da ghost writer. Il nuovo copione dello sceneggiatore arriva alla donna da un uomo misterioso che sa molte cose, che gli racconta di un omicidio di un critico d’arte e della sparizione di un’opera d’arte (La natività di Caravaggio) rubata dalla mafia 50 anni fa – e questo è uno spunto tristemente vero – con le conseguenti vicissitudini dell’opera mai ritrovata. Ma quando la sceneggiatura con questi avvincenti spunti dovrebbe diventare un film, intitolato Una storia senza nome, con un grande regista straniero, i mafiosi iniziano ad agitarsi… Un giallo con toni via via sempre più da commedia (anche se ci sono morti e pestaggi), in cui la donna si troverà a correre dei rischi ma anche a provare il brivido del pericolo. La logica, ahinoi, fa acqua in più punti, la regia è elegante per singoli frammenti ma un po’ “spezzata” tra un blocco e l’altro, mentre – nonostante i dialoghi non sempre siano rifinitissimi – gli attori si difendono bene (Alessandro Gassmann nel ruolo che gli si chiede quasi sempre, Micaela Ramazzotti nei panni di una donna un po’ timorosa ma desiderosa di “buttarsi”, mentre il grande Renato Carpentieri è l’uomo che tira i fili dietro le quinte, cui si aggiungono tanti altri interpreti tra cui l’ottimo Gaetano Bruno nei panni di un nobile nelle mani della mafia). Il finale è un po’ tirato via e i nodi si sciolgono fin troppo facilmente, per finire tutto in gloria. Ci torneremo sopra. (Antonio Autieri)

 

Sempre fuori concorso è passato Un peuple et son Roi di Pierre Schoeller. Il regista francese mette su un tipico dramma storico in costume che ricostruisce con accuratezza la parabola della rivoluzione francese dalle origini alla caduta dell’ideale rivoluzionario. Lo fa con un cast corale che vede tra gli altri Gaspard Ulliel nei panni di un popolano rivoluzionario e Louis Garrell in quelli di un Robespierre un po’ sottotono. Le storie del popolo ingenuo ma desideroso di pace e giustizia si contrappongono a una classe borghese cieca e incapace di guardare oltre il proprio naso. Una storia d’amore completa il quadro, tra fin troppo numerose assemblee della Costituente e tafferugli resi con una certa pulizia della fotografia, ma la pellicola scorre senza mai un guizzo che faccia risvegliare l’interesse dello spettatore. Ben fatto ma con poco mordente, il film si aggiunge alla sconfinata lista di film storici corretti e non memorabili. (Maria Letizia Cilea)

Rivisitazione di un famoso racconto di Fernando Pessoa, Il banchiere anarchico di Giulio Base (sezione Sconfini) è un’opera teatrale trasposta su schermo per un pubblico cinematografico. Sembrerebbe una contraddizione in termini, e in effetti il nuovo film di Base punta a costruire un monologo argomentativo e apologetico sull’anarchia e su quanto essa sia inscindibilmente legata al potere attraverso un linguaggio specificamente teatrale. Il banchiere in questione festeggia con un amico il suo 50° compleanno ribattendo a un pettegolezzo secondo il quale egli sarebbe stato anarchico in gioventù: la sua anarchia però non è cosa del passato e il dialogo – basato su tesi e antitesi che si confutano per tutta la durata del film – traccia un percorso attraverso la realizzazione di un progetto di anarchia radicale e senza ritorno. Un fascio di luce si limita a indirizzare lo sguardo su diverse ambientazioni di un interno dentro il quale i due protagonisti si spostano, prediligendo la parola su qualsiasi altro strumento cinematografico. Coraggioso esperimento su un tema caldo e senz’altro interessante, ma la macchina da presa cosa offre in più a un testo già predisposto al teatro o alla lettura? (Let.Cil.)

Per le Giornate degli autori, invece, come evento speciale fuori concorso è stato proiettato il documentario The Ghost of Peter Sellers di Peter Medak. Il regista ungherese trapiantato in Inghilterra, rievoca, oltre quarant’anni dopo, un suo cocente fallimento che lo perseguitò per tutta la vita: quando nel 1973, emergente di successo dopo tre film tra cui l’exploit La classe dirigente, fu convinto dal grande comico Peter Sellers a dirigere una commedia sui pirati: Ghost in the Noonday Sun, scritta anche da un altro attore e autore, Spike Milligan, molto amico di Sellers. I due erano considerati i due massimi geni della commedia britannica, in quel momento. Sembrava l’inizio di una produzione trionfale. Eppure, dopo incidenti, ritardi, litigi e licenziamenti la lavorazione – si girava in mare aperto: una vera follia, ricorda il produttore di allora – divenne un costosissimo strazio, e il film non fu più distribuito. Le colpe maggiori erano di Peter Sellers, uomo dal carattere non facile ma che in quel periodo era particolarmente ingestibile (anche per motivi personali). Medak, che pagò il fallimento con una carriera meno brillante di quanto promettesse ma che poi – come ricordano gli amici – ha fatto tanti altri film anche discreti (ma niente di memorabile), rievoca i fatti con chi era vicino a Sellers o a Milligan o a chi era coinvolto nel film. Ne emergono squarci inediti nelle vite di un grande artista come Sellers ma anche l’elaborazione di una sconfitta da parte di un uomo che non era mai riuscito a farci del tutto i conti e un affresco su un mondo del cinema visto da dietro le quinte, con i suoi chiaroscuri, peraltro in un periodo che era ancora glorioso. A tratti divertente, ma a suo modo anche toccante. (Ant.Aut)

 

Il film di chiusura del festival (fuori concorso), dopo la cerimonia di premiazione, è Driven di Nick Hamm. La DeLorean è un’automobile che è oramai da anni entrata di diritti nell’immaginario popolare grazie alla straordinaria saga Ritorno al futuro, che l’ha resa iconico strumento per i viaggi avanti e indietro nel tempo di Marty e Doc. Ma la storia della DeLorean è complessa e affonda le sue radici negli anni 70, quando John DeLorean, già amministratore delegato e progettista di auto per la General Motors, decide di mettersi in proprio per progettare e realizzare l’automobile del futuro; i soldi però scarseggiano e i costi non permettono di far fronte alla produzione, così DeLorean chiede aiuto a un vicino di casa e amico, Jim Hoffman, ex detenuto e informatore dell’FBI in cerca di un’occasione per sollevare le sue sorti. La storia di questa amicizia, che finirà poi in tribunale, è narrata da Hamm con grande efficacia nel tratteggiare l’epoca del crollo del sogno americano attraverso i due personaggi, interpretati dai bravi Lee Pace e Jason Sudeikis, che con dialoghi sopra le righe e situazioni ai limiti del reale regalano momenti di puro divertimento. La parabola narrativa dell’amicizia tradita non è certo delle più originali, ma in qualche istante di maggiore riflessività troviamo spazio anche per un approfondimento sulla generale degradazione dei rapporti nell’epoca moderna, non senza un finale che in qualche modo sembra chiudere il cerchio con una nota di speranza. Nulla che vada annoverato negli annali del miglior cinema, ma Driven resta una pellicola capace di intrattenere con piacevolezza, senza mai pretendere di andare troppo oltre la contingenza del racconto con metafore o intellettualismi forzati. (Let.Cil.)

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Noi invece chiudiamo questo diario veneziano, che giorno per giorno vi ha segnalato alcune delle tantissime proposte della Mostra, con un evento della sezione Sconfini: la versione estesa di The Tree of Life, il capolavoro di Terrence Malick che nel nuovo montaggio ha ben 50’ in più (per una durata di oltre tre ore). Chi conosce bene l’opera si accorgerà dei vari inserti: inizialmente c’è qualche scena in più per Sean Penn (la cui parte fu tagliata molto, per un ruolo piccolo ma decisivo: molto probabilmente un alter ego del regista), poi prende molto più spazio la storia della famiglia con le tensioni tra i coniugi ma anche i rapporti tra i bambini. Sconsigliata a chi non avesse mai visto il film – una visione forse troppo faticosa – ma utile per chi lo conosce per approfondire i vari spunti e personaggi anche se non aggiunge niente di decisivo a un film perfetto nella versione circolata nel 2011 e molto premiata (vinse tra l’altro la Palma d’oro a Cannes). E ancora commovente, nei momenti forti di questo grandissimo film, per chi lo ama. (Ant.Aut.)

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