La morte corre sul fiume

La morte corre sul fiume

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La fuga di due fratellini, inseguiti da un falso predicatore, assassino della loro mamma, per recuperare del denaro nascosto in una bambola… Torna in dvd, restaurato dalla Cineteca di Bologna, il capolavoro di Charles Laughton.

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Nel profondo sud dell’America degli anni 30, il falso predicatore Henry Powell (con tatuato sulle nocche le scritte Love e Hate) divide la cella con un condannato a morte che rivela di aver dato la refurtiva di 10.000 dollari ai figli da nascondere. Powell allora una volta uscito sposa la moglie dell’uomo e inizia una caccia ai bambini.
«La morte corre sul fiume è una favola nera, di quelle che ci raccontavano una volta davanti al fuoco e ci piacevano tanto, anche se non ci facevano dormire la notte». (Gianni Amelio). L’attore Charles Laughton per la sua opera prima (e anche ultima) da regista parte da un romanzo di Davis Grubb, un noir, ma venato da ossessioni torbide e reminiscenze infantili. Il regista attinge dal grande cinema americano di David W. Griffith nella descrizione del profondo sud rurale e nella presenza nel cast di Lillian Gish (musa di Griffith), ma anche e soprattutto dal cinema europeo espressionista. La messinscena infatti volge tutto ad atmosfere irrealistiche, con improvvisi squarci lirici (la notte sul fiume), complice la fotografia del veterano Stanley Cortez (collaboratore di Orson Welles in L’orgoglio degli Amberson) che rinuncia a ogni prospettiva o profondità, schiaccia le figure riducendole a mere ombre, come le ombre cinesi di un gioco da bambini. Infatti la sensazione che il film regala è quella di un incubo infantile, dell’orrore della realtà visto dall’occhio innocente di un bambino, come in Tom Sawyer di Mark Twain quando Tom e Dick assistono a un omicidio. Il male e il bene, le forze che muovono l’agire dell’uomo, sono vista dall’altezza di un bambino e si mescolano. Il piccolo protagonista arriva a perdere la distinzione tra bene e male: rimangono solo gesti, insieme brutali e meravigliose, filmati in maniera brutale e meravigliosa, come il cadavere della madre sul fondo del fiume, con i capelli che si perdono tra le alghe; la pellicola diventa così un apologo sulla seduzione del male raccontato come un fiaba della buonanotte.
Ultima indispensabile notazione, coronamento di un capolavoro è l’interpretazione di Robert Mitchum, una di quelle performance che rimangono come solo un altro paio nella storia del cinema. Mitchum è l’incarnazione dello spirito del film e le sue nocche tatuate (Love, Hate) ne sono la rappresentazione. Di gran lunga la migliore interpretazione della sua carriera, eguagliata solo in parte sette anni dopo in Il promontorio della paura.
Da vedere assolutamente, soprattutto nella magnifica versione restaurata. Un film singolare e anomalo nella storia di Hollywood, e purtroppo il singolo film del suo regista. Eppure non un’opera prima, ma un’opera unica.

Riccardo Copreni

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