La mia vita con John F. Donovan

La mia vita con John F. Donovan

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Rupert ha 11 anni. Sogna di fare l’attore e inizia una corrispondenza epistolare con John F. Donovan, la giovane star della sua serie preferita

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Lui è John F. Donovan (Kit Harington del Trono di Spade). Un attore giovane e inquieto. Una star di serie televisive. Amato, osannato da giovani fan. E poi c’è Rupert Turner (Jacob Tremblay, il bravissimo bambino dei film Room e Wonder), un ragazzino di 11 anni che inizia per caso a scrivere una lettera alla sua star, John. E non per caso riceve una risposta, a mano e con una stilo verde. Entrambi, lo vediamo, vivono con sofferenza, la propria omosessualità. John finge con tutti, anche con i familiari, di essere eterosessuale e al suo fianco, anche per le riunioni familiari, ha una donna. Rupert invece è sempre fonte di bullismo tra i suoi compagni forti e offensivi. Forse non dichiarano mai in quelle pagine quel fil rouge che li lega, eppure si scrivono tanto. Sempre. Rupert aspetta, di nascosto dalla madre, quelle lettere. È felice perché anche lui sogna di diventare un attore. Ha una madre che lo ama tanto, ma lo capisce poco. Lui invece ha un’intelligenza sopra la media: lo testimonia anche il suo linguaggio, le sue espressioni che rivelano un adulto nel corpo di un bambino.

I riferimenti di questi film sono tanti e alti, le intenzioni pure. Quel carteggio così poco contemporaneo e romantico che rimanda a Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, quell’ossessione per una celebrità che rivela la finzione del privato mostrato nei social, quella fragilità per l’assenza di figure paterne e la presenza eccessiva di figure materne. «Cosa dovremmo sapere di un artista? Cosa dovrebbe rivelare lui di se stesso? E perché è importante per noi?». Se lo chiede John F. Donovan quando potrebbe avere la parte che tanto desidera in un franchise da supereroe, ma qualcosa non funziona.

Il contenuto de La mia vita con John F. Donovan è ricco ed è pieno di quella profondità (lo rivelano tutti i personaggi, mai banali) che si ha quando si ha tutto ma non tutto quello che renderebbe un cuore felice. Il regista Xavier Dolan ha soli 30 anni e ha all’attivo ben 8 film (questo è il settimo, ma a Cannes 2019 è già stato presentano l’ottavo Matthias & Maxime). Ha un talento naturale che lo rende capace di trasformare le sue ossessioni, le sue parole e la sua giovane vita in cinema. Quello vero. Amato dal Festival di Cannes che fa di tutto per averlo tra i suoi registi in concorso e corteggiato dalla Mostra del Cinema di Venezia, Xavier è giovane e sa cosa significa avere il controllo di una scena, scrivere una storia, scegliere bene i suoi attori (il cast in questo film è davvero eccezionale: ci sono anche Natalie Portman, Kathy Bates e Susan Sarandon) e lasciarli liberi per poter far uscire tutto di loro.

Però in questo film c’è qualcosa che non funziona. è tutto troppo scritto, troppo raccontato, poco immaginato. I suoi dialoghi (come la sovrastruttura dell’intervista della giornalista politica all’ormai cresciuto Rupert) sono rivelatori di una dicotomia tra cosa sia giusto fare e non fare, cosa sia giusto dire e non dire. Non c’è quel guizzo dei suoi precedenti lungometraggi (dall’esordio J’ai tuè ma mére al più recente Mommy) e quell’abbandonare tutto ai personaggi, alle loro inquietudini (anche se in questo film, bisogna dirlo, Dolan racconta con una delicatezza diversa l’omosessualità), alla loro voglia di vivere in un mondo diverso.

Emanuela Genovese