La mia seconda volta

La mia seconda volta

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In una cittadina di provincia, i destini di due ragazze e delle persone attorno a loro si incrociano, tra sentimenti contrastanti, tensioni con i “grandi” e gravi errori

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Due ragazze, diversamente inquiete, Giorgia e Ludovica. La prima, diciottenne, desidera scappare dalla città di provincia dove studia al liceo artistico ma che le sta stretta: disegna e realizza orecchini, con un certo gusto, e questo la fa notare da un giovane imprenditore nel ramo oreficeria. La seconda di anni ne ha 23 ma fa già la navigata: lei in provincia si è rifugiata, per scappare da una madre asfissiante, con il sogno inoltre di studiare all’Accademia di Belle Arti e diventare scenografa. In comune hanno Davide: fratello di Giorgia, assistente del professore cui Ludovica guarda con ambizioni di diventare qualcuno, si scontreranno letteralmente a un incrocio. Per poi diventare quasi amiche, e poi – per via misteriose, dolorose e decisive – legate per tutta la vita. Ma prima ci sarà di tutto: amori inaspettati, amicizie generose e altre da cui tenersi alla larga, adulti autorevoli e genitori che autorevoli non sono (ma soffrono anche loro), e desideri di fuga inconfessabili, anche tramite sostanze che fanno molto male

Prodotto dal giovane Simone Riccioni, qui anche coprotagonista nel ruolo di Davide, e ispirato alla vera storia di Giorgia Benusiglio, La mia seconda volta è un film dichiaratamente realizzato per motivi “educativi” e rivolto ai giovani, tanto che è stato lanciato con una significativa e ben riuscita campagna di lancio nelle scuole. Il tema è quello dell’uso inconsapevole e sconsiderato delle droghe, che fa presa sui giovanissimi: la Benusiglio, che rischiò di morire da giovanissime per mezza pasticca di ectasy, da allora va in giro a parlare di sé a giovani e giovanissimi, ha scritto libri e realizzato documentari, e qui appare nelle ultime scene direttamente sul video, in modo anche un po’ spiazzante, parlando a una classe composta anche dagli attori del film. Senza rivelare troppo, perché comunque ci sono molti colpi di scena, a un certo punto una ragazza farà una sciocchezza e sembrerà spacciata. Ma poi qualcosa succederà, e in modo doloroso e misterioso si uniranno destini: la frase simbolo è «nessuno è un’isola», in tutti i sensi; facciamo pagare ad altri le nostre scelte, ma le scelte di altri ci possono salvare.

Detto delle intenzioni positive e meritorie, il film ha alcuni pregi e parecchi difetti. Iniziamo dai secondi. Si mette molta carne al fuoco, con tanti temi e personaggi collaterali: l’amico generoso che fa da angelo custode a Giorgia, l’innamorato “grande” e ricco che sembra un poco di buono ma forse non lo è, quelli che porgeranno la famigerata pasticca, Davide e suo padre (la madre è morta), il professore e altri ancora. Oltre al tema centrale, echeggiato anche dal fatto che Ludovica uscisse da una clinica rehab, l’amore tra Giorgia e il citato “grande”, forse tra Davide e Ludovica (un po’ litigarello e banale), il rapporto di lui con il padre e di lei con la madre, sempre Davide che è troppo ingenuo e si fa superare da tutti nel lavoro, le rivelazioni sul suo passaato sentimentale… Non aiuta a focalizzare l’attenzione, tra tutta questa selva di spunti e personaggi, il tono: oscillante tra una medietà accattivante per giovani, un “realismo” a colpi di stereotipi e frasi tranchant («Non immaginavo tutta questa merda…») e  un’enfasi retorica con frasi che suonano troppo enfatiche (il luogo dove Davide fa sogni a occhi aperti, «Il nostro tempo non è infinito…»). Ok, è un film per ragazzi, ma se si vuole stare sul piano dei teen movie onestamente dal deprecato cinema americano abbiamo visto fare di meglio (anche di peggio, è vero). In confronto, per dire, Colpa delle stelle è Shakespeare (citato a tradimento in un modo che ci si poteva evitare). Insomma, sa tutto un po’ di mal costruito, troppo scritto e poco vivo, con personaggi e comportamenti schematici.

I pregi, comunque, non mancano: una confezione professionale (cosa non scontata per una piccola produzione), con attori anche di fama in piccoli ruoli (anche se Luca Ward, grande doppiatore, come interprete non è mai all’altezza della sua voce); una regia di servizio ma funzionale al coinvolgimento emotivo dei giovani spettatori (sugli adulti non giureremmo), specie nel finale; soprattutto la freschezza degli attori più giovani. Tra loro i già visti Aurora Ruffino (era in Bianca come il latte rossa come il sangue e nella serie tv Braccialetti rossi, più di recente nella seconda stagione del kolossal tv I Medici) e Simone Riccioni (tra i suoi film più noti Universitari di Moccia, ma era protagonista anche del caso E fu sera e fu mattina e del grazioso anche se acerbo Come saltano i pesci), che si difendono bene, spunta come una vera sorpresa l’esordiente al cinema Mariachiara Di Mitri. Che ha fatto tanto teatro, leggiamo nel suo curriculum, e anche Shakespeare: vorrà dire qualcosa?

Poi ci sarebbe da dire di una voce fuori campo anche questa ridondante e di “servizio”, a guidare per mano gli spettatori. E un finale a rotta di collo verso la morale finale, con in mezzo luoghi e metafore “oltre” (ma non vorremmo svelare troppo) che onestamente non ci sembrano scelte felici. Ma come si diceva le finalità educative dell’opera fa valutare l’opera nel suo contesto, di qualcosa di utile più che di bello. Può bastare.

Luigi De Giorgio