La luce sugli oceani

La luce sugli oceani

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La luce sugli Oceani

Tom Sherbourne accetta il posto di guardiano del faro di Janus, a cento miglia dalla costa. Prima di raggiungerlo, però, incontra la giovane Isabel, che accetta di diventare sua moglie e seguirlo nella sua vita solitaria.

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Perdonare è facile, basta farlo una volta sola, per odiare, invece, bisogna coltivare il risentimento e scegliere ogni giorno di spendere se stessi in un sentimento sterile e autodistruttivo. È questo uno degli insegnamenti più profondi di questo melodramma a tinte forti ambientato sullo sfondo della natura potente e selvaggia della costa australiana e di un’isoletta dispersa tra due oceani (quello indiano e quello australe). Il regista Derek Cianfrance non è estraneo al racconto del sentimento, del dolore e della perdita: Blue Valentine, il suo primo lungometraggio, era il racconto di un amore e della sua fine, narrato attraverso un complesso incrocio di piani temporali, mentre il meno riuscito Come un tuono era la storia di due padri e due figli, divisi dalla legge e dalla violenza.
Per questo suo terzo film adatta un bel romanzo di M.L. Stedman di qualche anno fa e si immerge in una cornice temporale remota, quella dell’Australia del primo dopoguerra mondiale. Un paese per certi versi ancora selvaggio, insieme lontanissimo e vicinissimo (a causa delle numerose perdite umane) alla guerra che aveva insanguinato le trincee europee. Questo passato, anche se non viene messo in scena, è la chiave per capire molti degli avvenimenti del film, ma soprattutto il carattere dei suoi protagonisti. Tom Sherbourne è un uomo ferito dalla guerra nello spirito anziché nel corpo: la morte di tanti compagni, la propria talora incomprensibile sopravvivenza, le scelte difficili che ha dovuto fare lo hanno persuaso che il destino solitario di custode di un faro gli avrebbe per lo meno impedito di far soffrire altri essere umani. Isabel, da parte sua, è l’unica figlia rimasta (i fratelli sono morti in guerra) di una famiglia una volta felice e la sua straordinaria vitalità nasconde a sua volta un lutto e un dolore profondo. Sono due esseri umani che si trovano e scoprono l’uno nell’altro la possibilità di una rinascita, proprio nello spazio solitario ed estremo di un’isola dove diventano quasi due novelli Adamo ed Eva.

La macchina da presa racconta questa felicità pedinando i due nella quotidianità di una scoperta reciproca continua e nella progressiva immersione di una natura unica e selvaggia. Dopo due aborti spontanei, però, il sogno di Isabel di formare una famiglia sembra morto, finché un giorno una barca a remi giunge sull’isola spinta dalle correnti: a bordo un uomo morto e una neonata, che i due decidono di tenere e crescere come propria. Se la negazione della possibilità di un figlio, di ricostruire, proiettandola nel futuro, una famiglia che il passato ha spezzato, rinnova l’antica tragedia e pone le fondamenta per un altro dramma, ottenere – in modo quasi miracoloso – quello che si desidera più nel profondo significa anche toglierlo a qualcuno che ha un diritto ancora più grande su quel dono.

Il dramma raccontato qui è tanto più acuto perché le persone che sono coinvolte sono tutte fondamentalmente buone e perché il tempo rende complicato, se non impossibile, sciogliere la trama degli affetti e stabilire colpe e diritti senza spezzare i fili che reggono le vite degli esseri umani coinvolti. Quello che Cianfrance posa su ciascuno dei suoi personaggi è innanzitutto uno sguardo pietoso, che cerca di farceli comprendere prima che giudicare. La luce tra gli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza pudore dolore e passioni esasperate e richiede, come ogni buon melodramma, un’adesione incondizionata e senza cinismo (e proprio per questo, probabilmente non è piaciuto alla maggior parte della critica alla Mostra di Venezia 2016). Un film dove sono soprattutto le figure maschili a segnare la bussola di un difficile percorso etico, mentre quelle femminili si dibattono nella violenza dei sentimenti e di un istinto materno potente quanto cieco. Nel mezzo la figura della bimba contesa, che porta nei suoi nomi (Lucy-Luce e Grace-Grazia) un destino misterioso, che si rivelerà drammatico, ma non senza speranza. Lucy-Grace è innanzitutto un dono, che non si può mai possedere ma che è sempre e solo affidato. E la sua eredità sarà innanzitutto di amore e perdono.

Laura Cotta Ramosino

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