La leggenda di Beowulf

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Danimarca, metà del VI secolo d. C. Il leggendario eroe Beowulf cerca di liberare il regno del re Hrothgar da una mostruosa deforme creatura…

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Non sempre al cinema i conti tornano. Come nel caso de “La leggenda di Beowulf”. Tante le carte a favore di Zemeckis e compagni: il curriculum del regista (ex ragazzetto geniale, sodale di Spielberg, autore della serie di “Ritorno al futuro”, di “Cast Away”, di “Contact”); una delle saghe nordiche più antiche e più affascinanti, ispiratrice, tra l’altro, di un bel pezzo dell’universo tolkieniano; collaboratori di tutto rispetto: dal geniale e forse un po’ sopravvalutato Roger Avary (“Pulp Fiction”) alla sceneggiatura, ai costumi della Pescucci (“La fabbrica di cioccolato”, “I fratelli Grimm”) al lavoro impressionante svolto nell’ambito degli effetti visivi, con una tecnica in 3D che già Zemeckis aveva sperimentato nel poco riuscito “Polar Express”. Al cast che, almeno sulla carta, appare vincente: John Malkovich, Antohny Hopkins, Robin Wright, Angelina Jolie, Alison Lohman. Eppure il film non funziona. Non funziona innanzitutto la scelta tecnica che, se consente prodigiosi ritmi all’azione (la sequenza impressionante dell’attacco del Troll), dall’altro raffredda il pathos, rischia di rendere caricatura o peggio pupazzi gli interpreti (il grottesco re di Danimarca), oltre a mostrare alcune pecche nell’animazione visibili soprattutto nell’andatura meccanica dei personaggi. Sembra a tratti di vedere i personaggi di “Shrek” alle prese coi mostri de “Il signore degli anelli”. A complicare le cose, un protagonista sbagliato (il cinquantenne Ray Winstone, irriconoscibile sotto il colpi del make up digitale, una sorta di incrocio tra Nick Nolte e Steven Segal) e la deriva manierista di Zemeckis, già percepibile nel precedente lavoro, “Polar Express”, e che qui spesso regala momenti di esibizione pura: ad esempio la sequenza introduttiva con il topo ghermito dall’aquila ad aprire l’orizzonte sul regno del re di Danimarca. Non mancano – è vero – le suggestioni del poema: la caduta e il riscatto dell’eroe; l’ambiguità del cuore dell’uomo; un mondo magico e spesso malvagio, infestato da creature maligne. Tutti buoni spunti che rimangono tali, schiacciati dal peso di una regia che pare solo interessata a uno sperimentalismo tecnico e a uno sterile esercizio di stile. La sobrietà e la secchezza di un film come “Cast Away” sono veramente lontani.,Simone Fortunato

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