La La Land

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A Los Angeles, sboccia l’amore tra un’aspirante attrice e un pianista in cerca di successo.

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Forse è stato merito di The Artist, che ha dimostrato che un film girato come i vecchi titoli di Hollywood (anche se muto e in bianco e nero), ha ancora una grande attrattiva; forse perché tutti sanno che la coppia Stone-Gosling è quanto di più cool ci sia in questo momento davanti alla macchina da presa; forse sarà stato anche il successo di Whiplash (tre Oscar) che ha dato credito al giovane regista Damien Chazelle (solo al terzo lungometraggio), ma il calore con cui La La Land è stato applaudito a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia è stato solo l’anticipo dell’entusiasmo con il quale critica e pubblico, spesso tutt’altro che concordi, hanno accolto il ritorno del musical sul grande schermo. Da lì una corsa trionfale fino ai 7 Golden Globes, al record di 14 nomination agli Oscar e alle 6 statuette (ma con la terribile e ingiusta beffa del mancato premio al miglior film).

E che sia un ritorno alla grande lo si capisce subito dalla scena iniziale: un lungo piano sequenza panoramico che coinvolge con musica e danza tutti gli automobilisti coinvolti in un lungo ingorgo stradale su uno svincolo di Los Angeles. È in questa dinamica esplosione di suoni e colori che sono coinvolti anche i due protagonisti, Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling), due personaggi già definiti dalle auto nelle quali sono seduti: Mia è una ragazza pratica, senza troppe illusioni, e guida una comune berlina giapponese che sembra un taxi. In compenso Sebastian ci dà dentro col clacson da un’opulenta decapottabile anni 70, mentre ossessivamente manda avanti e indietro un’audiocassetta per ascoltare e riascoltare un passaggio di musica jazz. Il primo incontro tra i due ha i classici connotati del comportamento odioso di chi sta al volante e manda l’altro a quel paese. Entrambi lottano e sognano, per trovare un posto nel firmamento del successo. Mia (e in un film così autoreferenziale come potrebbe essere altrimenti?) ha un intero muro della sua stanza coperto da una gigantografia di Ingrid Bergman, e l’appartamento che condivide con altre ragazze aspiranti attrici è tutto un rimando iconografico ai grandi successi del cinema. Riferimenti e luoghi che continueranno per tutto il film, dal locale dove Mia fa la cameriera (una caffetteria negli Studios), al cinema dove proiettano Gioventù bruciata, all’osservatorio astronomico sulle colline di Los Angeles, scenario garantito per decine di grandi titoli. La storia d’amore tra i due continua così, in un incessante scorrere di rimandi musicali e coreografici, che non si possono non accostare (con le debite differenze) ai grandi numeri visti in film come Cappello a cilindro o Cantando sotto la pioggia. Gosling e la Stone non hanno la tecnica di Fred Astaire e Ginger Rogers, ma affiatamento e delicatezza non mancano, e il risultato è tenero e coinvolgente, specie nei momenti più romantici, messi in risalto da notti stellate e passi che cominciano a terra e finiscono col librarsi in aria. Così Mia passa da un provino all’altro con speranze e delusioni che si rincorrono, mentre Sebastian, che viene licenziato anche la notte di Natale per non aver rispettato la scaletta, viene ingaggiato dal vecchio amico Keith (il musicista John Legend). E, anche se con un repertorio che non è certo il suo, si avvia verso un successo fatto di serate, tournée e dischi da registrare. E la nostalgia per tempi più semplici e più chiari si specchia in numeri che rimandano agli anni 50 di Cantando sotto la pioggia e alle fantasie di Un americano a Parigi.

Sono tempi difficili per Mia e Sebastian, forse anche più di quelli del passaggio dal muto al sonoro del cinema, e il sottofondo malinconico di La La Land non evita di mostrarsi a chi guarda. Gene Kelly e Debbie Reynolds sono ormai lontani, ma le voci di Mia e Sebastian e della loro tenera storia d’amore ce li fanno sentire ancora una volta vicini.

Beppe Musicco

 

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