Film difficile e incerto ma coraggioso, su un tema delicato e raramente affrontato al cinema: l’affido temporaneo di un ragazzino con alle spalle una storia di violenza, una vera e propria guerra, dove, come recita la voce fuori campo del bambino protagonista, “i bambini sono sempre lì, in prima linea”. La trafila burocratica, dolorosi colloqui con assistenti sociali, un compagno fragile che non accetta l’intromissione nella propria vita del ragazzino. Per Giulia (Valeria Golino) tutto è difficile. Difficile perché Mario, il ragazzino, è un figlio ribelle, che scappa in continuazione, comincia a frequentare cattive compagnie e soprattutto non parla. Fatica a comunicare con lei ed è una pietra tombale con il compagno. Insomma, è dura crescere una ragazzino non tuo, soprattutto se sei dai sola come lo è Giulia, abbandonata prima dal compagno e non accompagnata da una madre poco presente. L’accoglienza è dura da portare nella solitudine e non può essere un semplice riempitivo: si spiegano così le fragilità di un madre affettuosa e ansiosa, ma che non sa mai dire di no al bambino, convinta come a un certo punto spiega all’assistente sociale, che Mario “sia libero di scegliere quello che vuole”, e aggiungendo che il bambino “non ha bisogno di essere educato ma di essere accolto”. Un’ingenuità che la donna pagherà cara. Perché non esiste vera educazione senza accoglienza. Perché non si crescono i figli trasmettendo loro un rispetto formale che vuole dire una libertà anarchica e senza giudizio. Ai figli bisogna far compagnia, valorizzandoli e perdonandoli, e portando pazienza, e spesso dicendo di no. Magari anche con la voce grossa. Come hanno fatto i nostri padri con noi. Ritenere che un figlio si cresca da sé, scegliendo da sé cosa prendere e cosa rigettare di questo mondo non è rispetto della libertà dell’altro ma l’inizio di un tragico disinteresse.,Simone Fortunato,