La forma dell’acqua – The Shape of Water

La forma dell’acqua – The Shape of Water

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Anni 60: in una laboratorio dell’esercito Usa arriva di nascosto un segreto mostro anfibio, di cui si innamora un’inserviente muta…

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Ha colpito l’immaginazione di critica e pubblico alla Mostra di Venezia 2017, La forma dell’acqua – The Shape of Water, che  vinse il Leone d’oro. Il mix tra fantasy (anzi, proprio favola esplicitata dall’incipit “Tanto tempo fa…”) e tensioni realistiche e la storia sfacciatamente positiva e romantica ne decretarono il successo, trampolino di lancio – come ormai avviene spesso – per la stagione dei premi. E se ai Golden Globes vinse “solo” due premi, agli Oscar con 13 nomination il film di Guillermo Del Toro promette di essere tra i protagonisti.

La storia è ambientata nel 1962 (non casualmente, un anno prima dell’omicidio di Kennedy che segnò la fine di tante illusioni): in piena guerra fredda e tensioni con i sovietici, l’esercito americano cattura in Amazzonia un misterioso e lunghissimo  mostro anfibio e antropomorfo, che viene nascosto in un laboratorio militare segreto a Baltimora. Qui Elisa, inserviente muta e solitaria (a parte una collega nera e un vicino di casa omosessuale), rimane incuriosita da misteri e trambusto: e spiando si accorgerà della “creatura”. Che andrà a trovare spesso…

Il film è ricco di personaggi, spunti, metafore, situazioni divertenti o inquietanti (e anche tensione e azione): il talentuoso Guillermo Del Toro ama giocare con i generi e partire dalla serie B per realizzare, in modo qui più ambizioso che altrove, una nuova formula per il cinema d’autore contemporaneo. E alleggerendo con l’ironia i suoi consueti lati dark. Elisa – interpretata da Sally Hawkins, giustamente candidata all’Oscar: non potendo parlare, tutto si gioca con la sua grande espressività – è sicuramente un personaggio tenace, che fa della fragilità la sua forza (quei segni che porta sul collo con orgoglio) e alterna dolcezza e coraggio. Ed è portatrice di un “messaggio” dalla parte della diversità, come pure il “mostro”, e altri personaggi messi ai margini nei rispettivi ambiti: così è il personaggio di Giles (Richard Jenkins), il gentile vicino di casa gay che non riesce più a lavorare, ma anche la simpaticissima collega Zelda (Octavia Spencer, sempre brillante), donna di colore in un’America nel pieno degli scontri razziali e che è frustrata per la mancanza di dialogo con il marito; ma il personaggio più spiazzante, e interessante, è lo scienziato russo (interpretato dall’eclettico Michael Stuhlbarg, ultimamente richiestissimo: è in ben tre titoli candidati agli Oscar 2018 come miglior film) che segue più le ragioni della scienza che della sua “parte”. Mentre Michael Shannon riveste (bene, come sempre) il classico ruolo del cattivo della storia su cui si attirano astio e sarcasmo del narratore.

Per gustare appieno La forma dell’acqua – The Shape of Water occorre che scatti la sospensione dell’incredulità, che permette di credere a tutto quello che vediamo; e non è scontato che accada a uno spettatore “normale” (mentre critici e addetti ai lavori si immergono con piacere in una storia piena di citazioni, Il mostro della laguna nera in primis, senza contare quella sala cinematografica sotto casa…). Del Toro con questo film ha sicuramente toccato il vertice di una carriera discontinua (finora il suo capolavoro era considerato la favola horror Il labirinto del fauno), e come per altri film l’uscita pochi mesi dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha favorito l’effetto immedesimazione: non tanto perché Del Toro è messicano (e sembra sulla strada che porta all’Oscar aperta di recente dai connazionali Aljeandro Inarritu e Alfonso Cuaron) quanto perché questa fiaba dolce e violenta, cupa e romanticissima al tempo stesso sembra fatta apposta per porsi in chiave polemica contro la politica trumpiana dei muri e delle ostilità contro “stranieri” di ogni tipo. Immerso in una fotografia spesso buia e notturna e spesso anche azzurro-verdastra (l’acqua ha un peso notevole, come si intuisce dal titolo), con una regia elegante e potente, riscalderà i cuori dei romantici e divertirà non poco. Ma ad altri il film potrà infastidire per qualche scena sopra le righe (anche se Del Toro si è molto controllato rispetto al passato), mentre forse sembrerà a qualcuno anche un po’ troppo furbo e calcolato, nel suo sfondare tante porte aperte. Perché non si può negare la forza dell’amore, ma insistere così tanto su quel tasto…

Antonio Autieri

 

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...