La famiglia Savage

La famiglia Savage

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Wendy è una donna che vive a New York e che sogna di diventare un’autrice teatrale. John, suo fratello, insegna teatro a Buffalo. Le loro vite sono confuse e piene di frustrazioni. La malattia del padre, che non vedono da tempo e con cui i rapporti sono pessimi, li costringe a correre in suo aiuto.

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“La famiglia Savage” è stato acclamato al festival di Torino come in altri festival di cinema indipendente. È un piccolo film americano, ma è anche un grande film: sorretto dall’interpretazione di due tra gli interpreti più straordinari degli ultimi anni, Laura Linney (di cui si ricordano, tra le tante, la parte in “Mystic River”) e Philip Seymour Hoffmann (già Oscar per “Capote”, ma dal curriculum lunghissimo). I due attori sono due fratelli che si vedono poco, la cui distanza geografica si è tradotta anche in una distanza affettiva: eppure, l’affetto e la comune sofferenza per un’infanzia travagliata – colpa di una madre che li abbandonò e di un padre violento e disinteressato – rinascono nella circostanza più drammatica: la demenza senile del padre, affetto da Alzheimer, e poi la sua morte. Chiamati da un infermiere esasperato dalle sue mattane (scrive insulti sui muri con le sue feci…), i due accorrono e trovano la situazione resa peggiore dalla morte della sua anziana compagna, che era anch’essa ormai molto malata e totalmente assente. I figli di lei mandano via l’anziano Savage, che si trova a passare dalla calda Arizona alla gelida Buffalo, dove i figli lo sistemano in un ospizio. Ma tra sensi di colpa, scatti d’ira del malato, frustrazioni assortite e un dolore che li accompagna costantemente fino a esplodere alla morte del padre, i due fratelli vivono quel tratto di esistenza sbandati e inadeguati. Si portano dietro fallimenti professionali (o meglio, goffi tentativi nel caso di lei che spera di fare teatro e i cui insuccessi sono sottolineati con crudeltà dal fratello) e amorosi (lei vive una storia senza prospettive con un uomo sposato; lui lascia partire la fidanzata polacca, cui scade il visto, senza tentare di fermarla perché teme il matrimonio), che hanno generato un disordine esistenziale che risulta a tratti comico a tratti angosciante. E se la morte, cui erano preparati, li coglie comunque spiazzati (“finisce tutto così?” chiede Wendy a John), porta a un doloroso riconoscimento – per quanto il loro fosse un pessimo padre – dell’amore provato per quell’uomo ormai al termine della vita.,Oltre che ottimamente recitato (da sottolineare anche la prova dell’anziano Philip Bosco), “La famiglia Savage” è un film ben scritto, con ottimi dialoghi e battute fulminanti che sollevano il tono cupo della vicenda con boccate d’ironia ma senza scadere in superficialità. Il suo merito sta nel guardare in faccia al dramma della morte (“si vuole nascondere l’imbarazzante evidenza che esiste la morte” urla John alla sorella, di fronte alla scelta di un ospizio più lussuoso e rilassante rispetto a quello più spartano e meno piacevole) con consapevolezza e serietà (lo si confronti tra pochi giorni con l’imminente “Caos calmo”: dove lo stesso tema viene detto ed enfatizzato, ma non tocca mai questo livello di profondità). Soprattutto, nel finale il film ha un colpo d’ala, che regala una possibilità di cambiamento e una speranza ai due protagonisti e che “provoca” lo spettatore – attraverso una discreta ma significativa metafora, legata a un cane paraplegico salvato dall’eutanasia – a una riflessione ulteriore: la vita val la pena di essere vissuta fino alla fine, affrontandone le sofferenze. E se lo si è imparato facendo compagnia a un padre egoista, violento e negli ultimi incapace di riconoscere i figli, forse si deve essere grati a un’esperienza dolorosa che sembrava senza senso.,Antonio Autieri,

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