La chiave di Sara

La chiave di Sara

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Una giornalista americana ripercorre la vicenda di una bambina ebrea scampata ai rastrellamenti del 1940 a Parigi.

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L’incredibile e infame cattura di massa che, ad opera degli stessi francesi, ammassò nel luglio 1940 più di tredicimila ebrei parigini al Velodromo d’Inverno in condizioni inumane per poi inviarli ai campi di sterminio, è una delle pagine più buie della Repubblica Francese, e solo recentemente è stata riproposta in un dettagliato e doloroso film, Vento di Primavera (dal nome in codice dell’operazione). La chiave di Sara ripropone la stessa vicenda ma con un taglio differente, che prende le mosse ai nostri giorni: Julia (Kristin Scott-Thomas), una giornalista americana che ha sposato un architetto parigino e vive nella capitale, si appresta a scrivere un articolo di approfondimento sulla triste vicenda. Nello spulciare i nomi delle vittime si imbatte nella storia di Sara Straszinski, una bambina che al momento dell’arrivo dei gendarmi chiude a chiave in un armadio a muro il fratello più piccolo, contando di riuscire a tornare per liberarlo, avendo conservato la chiave. Il film corre per tutta la sua durata su due binari: da una parte le terribili vicissitudini di Sara, la sua fuga dal campo di transito, il rifugio offertole da una famiglia di contadini, la decisione di emigrare in America e lì sposarsi e avere dei figli; dall’altra la vita di Julia che scopre a più di quarant’anni di essere incinta, la rivelazione che la famiglia del marito aveva occupato l’appartamento della famiglia Straszinski dopo la loro deportazione, il desiderio (quasi ossessivo) di ripercorrere tutte le drammatiche tappe del peregrinare di Sara, di qua e di là dell’Atlantico. Teso a accentuare la portata dei fatti del tempo con l’angoscia della protagonista, il film di Pacquet-Brenner tanto risulta efficace nella parte “storica” (grazie anche alle ottime interpretazioni, specialmente quelle dei bambini), tanto si dimostra debole e frammentato nella parte contemporanea, con personaggi forzati e poco incidenti nella narrazione. La stessa Kristin Scott-Thomas, è costretta ad accentuare i toni melodrammatici del ruolo, anche se appaiono artefatti (tra l’altro il doppiaggio italiano impedisce di cogliere le sfumature della protagonista che senza difficoltà passa dal francese all’inglese a seconda dell’interlocutore) e i molti personaggi che hanno avuto a che fare con la vita di Sara sono superficiali e non aiutano a capire le motivazioni della donna. Un peccato per un film visivamente ben curato, ma che risulta debole nell’attualizzazione di uno dei tanti avvenimenti tragici legati alla Shoah.,Beppe Musicco

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