La casa di Jack

La casa di Jack

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Jack è un serial killer che parla ad una voce ignota, in una conversazione a metà tra una seduta di psicanalisi e una confessione

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Jack (Matt Dillon) è un ingegnere che soffre di disturbo ossessivo e racconta in una seduta di psicanalisi che è anche una confessione le proprie attività da serial killer attraverso cinque incidenti. Cinque incidenti che corrispondono a cinque vittime, cinque operazioni in cui emergono aspetti della sua personalità e della sua perversione. In parallelo ci viene raccontato il tentativo di Jack di costruire la sua casa ideale, di cui puntualmente è insodddisfatto.

Il film di Lars Von Trier è – come tutti i suoi film, e in special modo i più recenti – un’opera di alto narcisismo animata dalla voglia di sconvolgere il pubblico e di turbarlo. Per due ore e mezza assistiamo ai peggiori atti di violenza (e sono anche stati tagliati tre minuti di scene più crude in una versione leggermente ridotta: ma entrambe sono vietate ai minori di 18 anni) alternati a confessioni di carattere filosofico morali e alle variazioni Goldberg nell’esecuzione di Glenn Gould. Il tutto raccontato con un cinismo, una distanza e una disumanità che può irritare, e che produce di fatto un film grottesco, in cui non si può non ridere istericamente dei folli atti di violenza di Jack e delle sue folli teorie su quello che sta facendo. Von Trier usa moltissimo (come già aveva fatto in maniera minore in Nympomaniac) immagini di repertorio da dipinti a documentari, ad animazioni, fino scene di altri suoi film, per spiegare ciò di cui sta parlando in una maniera tanto didascalica da risultare follemente divertente, ed il film diventa un delirante caleidoscpio di idee di cinema geniali che non annoia mai per la sua fluviale durata. E ciò che viene raccontato alla fine non è tanto Jack ma Lars Von Trier stesso, che come sempre nei suoi film mette in scena sé stesso e soprattutto quello che la gente pensa di lui, quella che è la sua immagine di pervertito e di cinico, su cui gioca e che rimette in discussione.

Si arriva poi all’ultima mezzora, dove viene svelata la natura della seduta di psicanalisi, e si passa da racconto che Jack offre di sé (e quindi dell’immagine che si è costruito) alla “realtà dei fatti”. Lo stile e il linguaggio cambia e diventa qualcosa di folle cattivo gusto, che può irritare, che ha irritato, ma che forse è il vero colpo di genio del film. Un cambio di registro e di ambientazione ispirato alla divina commedia dantesca (da non spoilerare assolutamente!) che è la controparte più esplicita di quel finale geniale de Le onde del destino (e in cui vediamo Bruno Ganz, nella sua ultima interpretazione). E qui vediamo l’umanità di Jack (e quindi anche di Von Trier): un’umanità e un desiderio di bontà sepolte sotto tutta la violenza e il cinismo che però in una lacrima riaffiora. In un epilogo meraviglioso, tristissimo, dove però è manifesto che ciò che l’uomo vuole su di sé è comunque un desiderio che non può soddisfare da solo, che è una casa ideale che non soddisfa mai. Colpisce sempre nel cinema del folle regista danese, anche nei film  peggiori, nei più esibizionisti, come lui riesca nonostante tutto a volere un bene dell’anima all’umanità dei suoi personaggi anche quando questi sono le persone peggiori al mondo.

È un film che può irritare, per la violenza eccessiva ed eccessivamente inutile, per l’esibizionismo, per il voler sconvolgere a tutti i costi, per il cattivo gusto ostentato, ma che può anche commuovere, per un’umanità sincera nonostante tutto questo.

Riccardo Copreni