La buca

La buca

- in ARCHIVIO, FILM
4973
Commenti disabilitati su La buca

Un avvocato dedito a truffe intravvede in un uomo uscito dal carcere una possibilità per arricchirsi.

Download PDF

Armando è uscito al carcere dopo 27 anni (tre gliene sono stati tolti per buona condotta) e si trova solo come un cane; anzi, con un cane che inizia a seguirlo e a volergli bene. La madre non lo riconosce, la sorella lo evita: condannato per rapina a mano armata e omicidio, è un reietto della società, e senza un soldo. Sulla sua strada si imbatte in Oscar, avvocato specializzato in truffe (false invalidità e falsi incidenti per ingiusti risarcimenti danni) che prima accusa il suo cane di averlo morso per spillargli qualche migliaia di euro; poi, desideroso di far riaprire il suo processo per avere un maxi risarcimento dallo Stato. Compatito da Carmen, barista di buon cuore (sua ex fiamma) che simpatizza per il povero Armando (segnato dal dolore per aver perso le tracce dell’antica fidanzata e per la morte del caro amico, delinquente, che morì nella fuga dopo il colpo da lui stesso organizzato), i tre si incamminano incerti verso il processo e nel recupero di testimoni che possano sancire l’innocenza dell’ex galeotto.,Incerto è anche lo svolgimento del secondo film da regista in solitaria per Daniele Ciprì, che dopo gli anni in coppia con Franco Maresco (erano quelli della trasmissione Cinico Tv, di cult negli anni 90, con personaggi e stile poi portati di peso soprattutto in due film – Lo zio di Booklyn e il blasfemo Totò che visse due volte – adorati da una ristretta ma fanatica cerchia di critici), si era fatto in parte apprezzare per il precedente È stato il figlio: anche in quel caso c’era un innocente che finiva in galera, cui veniva attribuito un delitto commesso da altri. Rocco Papaleo ha il candore giusto per il ruolo, come sembra perfetto Sergio Castellitto nel ruolo, giustamente sopra le righe, dell’avvocato truffaldino (ma l’attore e regista romano ha fatto di meglio, in questa veste; e stavolta, come sempre quando è mal gestito, non si tiene e tende a sbracare). Ma i loro due personaggi non solo sono due diverse visioni del mondo che cercano una fragile alleanza, ma sono depositari di due diversi registri stilistici: cosicché il tono grottesco deciso da Ciprì fin dalle prime, livide immagini, non regge di fronte a un tono dimesso e troppo realistico di Papaleo e della barista interpretata da Valeria Bruni Tedeschi. Mentre i tanti personaggi di contorno (il giudice, il testimone incerto, il falso invalido) sembrano far parte più di una farsa mal strutturata che di un’opera coerentemente allucinata come si vorrebbe. Peccato perché gli elementi sembravano essere quelli giusti (Castellitto e Papaleo potevano essere una coppia comica con i fiocchi), ma sono stati miscelati in maniera deludente. E se le tante gag non fanno mai nemmeno sorridere e i dialoghi suonano a volte stranamente retorici (da un “cinico” come l’autore è l’ultima cosa che ci saremmo aspettati), il finale che vorrebbe essere beffardo e cattivo si sfalda come le ambizioni di un film davvero modesto. È sempre sbagliato sentenziare su una carriera da un solo film, ma tra gli insopportabili film con Maresco e quelli diretti da solo inizia a farsi strada il sospetto che Ciprì – che è anche uno dei migliori direttori della fotografia in Italia – come regista sia stato finora decisamente sopravvalutato. ,Antonio Autieri

About the author