La bocca del lupo

La bocca del lupo

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Mary ha aspettato per lunghi anni che Enzo uscisse finalmente di prigione. Ora possono iniziare una vita insieme nella città di Genova.

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La bocca del lupo è un prodotto assai inusuale nel panorama del cinema italiano. O meglio, la cosa strana è che un film così (una docu-fiction come le si definisce con termine sempre più desueto), prodotto in Italia, vinca un Festival (quello di Torino) e poi esca in un discreto numero di sale suscitando interesse in una fetta di pubblico meno “specialistica” di quello che si potrebbe credere.

Il film è un omaggio alla città di Genova e alla (vera) storia d’amore tra due dei suoi figli minori: l’ex-carcerato Enzo e il transessuale Mary. Un amore impossibile e non più giovane che si innesta con naturalezza sull’altro filone del film, affidato ad una bellissima selezione di immagini di repertorio e che più direttamente ha a che fare con la “vecchia” città di Genova, con le sue decadenze e le sue grandezze. ,La storia di Enzo e Mary è raccontata ora con approccio documentaristico, come nella lunga intervista finale ai due riuniti, ora in maniera più “funzionale” o costruita (ma il gioco, si capisce, sta tutto nell’abbattimento dei confini tra i generi) come quando Enzo, la cui naturalezza espressiva e vistosi mustacchi ne fanno un personaggio cinematografico involontario ma a suo modo archetipico, viene pedinato nei suoi pellegrinaggi cittadini e suburbani.

Mary, donna di casa che sogna il focolare, racconta invece con voce roca e sofferta il progetto di una vita insieme: la casa in campagna, gli animali, il camino, il ritmo delle stagioni. Viene in mente il sogno del vagabondo interpretato da Chaplin in Tempi Moderni, anche lì la stessa speranza in un futuro felice, il sogno legittimo, forse arcadico ma lecito, di un avvenire insieme, che però si vela nel momento stesso in cui viene pronunciato di una tristezza che rilancia oltre e che parla, con nostalgia, di ciò che forse non si conoscerà mai.,La bocca del lupo è un film fatto di piccole apparizioni, di momenti epifanici in cui per un attimo la sensazione che misteriosamente la videocamera sia riuscita a catturare qualcosa di vero e a metterlo davanti ai nostri occhi. I raccordi tra le diverse parti del film sono secchi e brachilogici: i discorsi proto-filosofici di Enzo, le riflessioni di Mary, le riprese del porto, delle gru, dei vagabondi che vivono nelle grotte sul mare, l’epica dei dimenticati…

Tutto questo convive nel film di Pietro Marcello non senza che a tratti si abbia la sensazione (forse in parte cercata in fase di montaggio) di una giustapposizione poco lineare. Il risultato però nel complesso convince e il film ha il grande merito di portare alla luce un mondo, quello della produzione indipendente italiana, sempre alla ricerca di un pubblico con cui confrontarsi.

Eliseo Boldrin

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