La bella e le bestie

La bella e le bestie

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A Tunisi per studiare, una ragazza di provincia vive una situazione da incubo in una notte allucinante

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Mariam è una ragazza semplice, che vive in un convitto femminile di Tunisi distante dalla provincia da cui proviene. Se va a una festa, si veste con sobrietà; infatti quando le si rovina un vestito e un’amica le presta unno più “provocante” è in imbarazzo. Anche quella sera va a ballare con le amiche, poi certo guarda i ragazzi e in particolare è attirato da uno con cui si allontana. Ma dopo, quando la vediamo correre disperata, per un attimo pensiamo che quel ragazzo, Youssef, le abbia fatto del male. E invece è ancora peggio: Mariam è stata violentata, sì. Ma da alcuni poliziotti. È l’inizio di una notte da incubo, tra violenze, minacce, “consigli” interessati. Tutto perché non denunci quello che è successo. Si arrenderà, la povera ragazza, o andrà fino in fondo?

Presentato alla sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, La bella e le bestie, diretto dall’esperto Khaled Walid Barsaoui e dalla più giovane Kaouther Ben Hania (all’opera seconda), mostra il lato oscuro di un paese considerato più “moderato” e aperto di altri tra quelli della fascia nordafricana di cultura araba: la Tunisia. Un paese che invece, assediato dai terroristi (come dice sul finale un poliziotto) si sente sull’orlo del crollo – anche di nervi – e scarica sui più deboli tali tensioni. Ma in realtà si capisce bene che il problema è una mentalità ancora maschilista e che vede la donna come potenziale provocatrice e portatrice di male (la poliziotta, prevedibilmente, alla fine darà a Mariam della prostituta…), che se riceve violenza è perché ha fatto qualcosa di male. E in cui l’onore, semmai, è non far sapere, non appurare la verià. Quindi, anche se nel fatto in questione è palese la colpevolezza di alcuni poliziotti (soprattutto quando vengono ritrovati documenti e cellulari della ragazza sulla loro auto, e poi un video girato da loro), sembra la cosa più scontata che l’istituzione si protegga e faccia muro. Ma la menzogna e il sopruso fanno ribollire le vene, come pure il comportamento di alcune donne (in ospedale, soprattutto alla centrale di polizia) che non aiutano la ragazza, anzi.

Il film è sicuramente forte e coraggioso, e ben ritmato: l’attenzione la cattura all’inizio e la mantiene fino alla fine. Le facce sono ben scelte, la protagonista è intensa e goffa al tempo stesso, non è difficile parteggiare per lei. Quello che manca è un po’ di sottigliezza: i poliziotti sono tutti cattivissimi (e chi non lo è si comporta quasi didascalicamente), si urla parecchio, non ci sono mezzi toni e sfumature, le ambiguità non sono di casa. Più interessante la figura del giovane Youssef (non a caso, già oggetto di attenzioni dei poliziotti per manifestazioni politiche), che spalleggia la ragazza, le dice di non arrendersi e non rinunciare ai propri diritti. Non se la passerà bene, ma è un segno di diversità e di speranza. Ma il resto del film, prende nella seconda parte strade scontate e monocrome, anche se la regina è da apprezzare, per l’uso di continui piani sequenza e primi piani ravvicinati, ad aumentare la tensione e il senso di claustrofobia (e in effetti la ragazza – ben interpretata da Mariam Al Ferjani – e il suo giovane amico sono tenuti prigionieri nell’ufficio di polizia).

Ci si chiede cosa ne traeva fuori un regista iraniano da un tale soggetto: un apologo feroce e indimenticabile. Così rimane un discreto film di denuncia, ispirato a una storia vera, ma meno efficace dal punto di vista cinematografico di quanto meriterebbe.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...