La Bella e la Bestia

La Bella e la Bestia

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Rivisitazione live action della fiaba Disney: un principe altezzoso viene maledetto e resterà una Bestia se non riuscirà ad amare ed essere amato…

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Il film di Bill Condon è un calco assai fedele dell’originale Disney che 26 anni fa giunse alla nomination all’Oscar come miglior film. Fin troppo fedele verrebbe da dire, visto che le novità si esauriscono nell’invenzione di due piccole back story per i protagonisti e nel nuovo adattamento delle parole delle canzoni, che potrebbe lasciare un po’ infastiditi i cultori dell’originale. Del resto, il problema del doppiaggio impedisce al pubblico italiano anche di godersi, se non negli ultimi cinque minuti, metà del cast di lusso dei comprimari, che vanta anche i nomi di Ewan McGregor (Lumière), Emma Thompson (Mrs Potts), Ian McKellen (Congsworth) e Stanley Tucci (Cadenza). E sono loro ad avere il numero musicale più a effetto (“Stia con noi”), dove Condon ha deciso di dimostrare di poter stare alla pari se non surclassare l’originale.

L’altra novità, l’aver dato un orientamento gay a Le Tont, il grasso amico e spalla del vanitoso Gaston, ha monopolizzato per un bel pezzo la discussione sulla pellicola, ma si rivela, al dunque, un elemento abbastanza collaterale. Molto più interessante, da questo punto di vista, è il ruolo inaspettato che il personaggio gioca nel finale (che non anticiperemo), mentre – come giustamente è stato notato– forse non c’era bisogno, in un racconto che fin dalle origini si prestava come metafora dell’accettazione del diverso (e che diverso più diverso ci potrà essere della Bestia?), appiccicare un’etichetta a un personaggio giusto per seguire le mode.

Belle, come nell’originale, si sente diversa nel suo paesino perché invece di godersi la corte spietata che le fa il fusto del paese preferisce leggersi un libro (e per farlo si inventa anche una specie di prototipo di lavatrice). Poi però, verrebbe da dire, il suo genere letterario preferito sembrano essere comunque le storie d’amore (si tratti di Giulietta e Romeo o d’altro); e allora tutta questa modernità un po’ si perde per strada. Il principe, invece, è diventato quello snob insopportabile che ha meritato la punizione di una maga solo perché gli è morta la mamma da piccolo e il papà era molto severo… Laddove la tradizione della fiaba trovava atteggiamenti morali riprovevoli da correggere, anche a forza di penitenze eterne, il gusto contemporaneo trova traumi da risolvere.
Resta la necessità del cambiamento che è la condizione per il ritorno alla “normalità” non solo per il protagonista, ma anche per tutta la sua servitù, che si trova a tifare per l’amore che sta sbocciando non solo per simpatia, ma anche per una pressante necessità personale. Quando lo ritroviamo, infatti, il “mostro” è un eremita disperato e scontroso, che non crede più in una possibile salvezza e deve essere spinto a forza dai suoi collaboratori anche solo per fare un invito a cena decente alla sua prigioniera.
Sotto le spoglie pelose e cornute della Bestia, c’è il veterano di Downton Abbey Dan Stevens, che tuttavia quando compare in camicia e mutandoni non è proprio l’epitome del fascino principesco. Più apprezzabile la performance di Luke Evans nei panni dei cattivo Gaston, qui ancora più perfido e ossessivo della sua controparte cartoon, pronto pure a far fuori o a internare il futuro suocero per perseguire i suoi progetti matrimoniali. Alla fine della storia, però, resta il dubbio che davvero un’operazione come questa abbia un senso al di là di quello commerciale per la Disney che, sulla scia di un successo annunciato, si appresta a riproporre in versioni “live” di variabile originalità un po’ tutte le sue properties animate.

Laura Cotta Ramosino

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