Kubo e la spada magica

Kubo e la spada magica

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Kubo e la spada magica

Kubo è un giovane cantastorie da un occhio solo che di giorno racconta incredibili avventure alla popolazione del suo villaggio, ma di notte è costretto a nascondersi con la madre da alcuni spiriti cattivi…

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Kubo è un ragazzino con un solo occhio, sveglio e intraprendente, che intrattiene la gente del suo villaggio con uno shamisen, uno strumento della tradizione giapponese dotato di sole tre corde. Provvisto di un potere magico ereditato dalla sua famiglia, ha la capacità con il suono di dare vita alla carta, trasformandola nei personaggi delle incredibili storie del samurai Hanzo, suo padre e valoroso combattente morto per salvarlo; quelle stesse storie gli sono raccontate ogni sera dalla madre, ormai malata e stanca di combattere contro oscuri nemici che perseguitano Kubo e che lo costringono a nascondersi durante la notte per non essere scovato. Quando il giovane cantastorie si avventurerà troppo a fondo nell’esplorazione del proprio passato, antiche forze e spiriti malvagi arriveranno a cercarlo per compiere l’opera di vendetta che non erano riusciti a concludere alla sua nascita.

Dopo i bellissimi Coraline e la porta magica e ParaNorman, il geniale team della Laika Entertainment tocca ancora le vette del cinema d’animazione; e non parliamo soltanto della maestria con cui è impiegata la tecnica della stop-motion, dotata di una fluidità mai vista prima d’ora, ma anche e soprattutto del valore e della forza narrativa che la storia di questo ragazzino cantastorie porta con sé.
Sorprende sin da subito una specificità dell’estetica dei tratti dell’animazione, figlia delle tradizioni culturali nipponiche che vengono proposte in modo intelligente, anche come importanti pezzi del puzzle narrativo: ci si spalanca quindi un mondo fatto di spigoli e linee dure, di oggetti e pratiche rituali che nella loro consistenza vengono riadattati e plasmati a piacimento dal protagonista, diventando così comprimari delle sue imprese.
Il grande talento di narratore del piccolo Kubo, desideroso di scoprire il proprio passato, è frenato da un’ingenuità  – tutta infantile – che non gli permette di conoscere l’esito delle avventure del suo eroe Hanzo:  l’incompiutezza delle sue storie è indizio sin da subito dell’intenzione di proiettare la sotto-narrazione fatta da Kubo con i suoi origami di carta in una dimensione avventurosa che egli stesso affronterà; proprio questo espediente gli permetterà di concludere quella storia, che si rivelerà essere la sua, grazie a dolorose prove nelle quali sarà coinvolto. Così la leggerezza e l’ironia canzonatoria del piccolo protagonista, convinto di manovrare ancora la dimensione finzionale delle sue narrazioni, si trasforma in una maggiore consapevolezza, accompagnata da una serie di eventi che sveleranno un passato famigliare sempre più cupo e doloroso. Ed è qui che la storia assume proporzioni universali, introducendoci con vesti leggere alla drammaticità del percorso della crescita e dell’entrata nell’età adulta, che avvengono sì gradualmente, ma con scossoni che trasformano e formano completamente la personalità di un uomo pronto a vivere nel mondo.
La maturità del personaggio è seguita quindi passo passo da una serie di compagni d’avventura incontrati per strada, ma mai per caso: la Scimmia-totem e lo Scarabeo samurai, anche questi strumenti di un’allegoria che vuole approfondire l’importanza del luogo-famiglia come l’unica nella quale è possibile scoprire la propria identità. Come nelle migliori saghe famigliari la scoperta di sé deriva soprattutto dall’accogliere l’eredità dei propri padri per farla propria: così la tematica della memoria non solo è viva nella dimensione affettiva del ragazzo, ma si vivifica in una sorta di realtà sovrannaturale, intesa come guida umana e compagna al percorso di Kubo.
Questi intrecci, trattati con una leggerezza commovente,  forgiano il nostro protagonista, che impara a fronteggiare un presente che sa essere triste e cattivissimo, eppure nel quale anche quella malvagità è approcciata con una compassione talmente profonda da non contemplare altra soluzione se non quella del perdono, al quale si arriva con due soli strumenti: uno sguardo amorevole e nuovi occhi.

Letizia Cilea

 

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