Kill Me Please

Kill Me Please

- in ARCHIVIO, FILM
4549
Commenti disabilitati su Kill Me Please

In una clinica svizzera, malati terminali vengono condotti alla “dolce morta”. Ma sempre più persone “sane” si presentano dal dottor Kruger.

Download PDF

Registi depressi che fingono di essere malati, giovani aspiranti suicidi fin dall’infanzia, cantanti transessuali senza più voce, un uomo che ha perso la moglie al gioco… E tanti altri personaggi sopra le righe, che si presentano nella clinica svizzera dedita all’eutanasia, o al suicidio “medicalmente assistito”. Il dottor Kruger, che la gestisce, cerca di sincerarsi se le persone che arrivano da ogni parte siano davvero malate terminali come prevede il protocollo. Ma pian piano il controllo gli sfugge, e l’anarchia prende il sopravvento. Quando poi alcuni nemici della clinica la prendono d’assalto, i morituri – quasi tutti – si attaccano alla vita e vorrebbero vivere… Ma la carneficina, innescata, è senza ritorno.,Il vincitore del festival di Roma 2010 – premio “scippato” all’ultimo al ben più significativo In un mondo migliore – è un sulfureo film in bianco e nero, grottesco e disturbante. Che non disdegna immagini forti (inizia con un suicidio cruento, di un uomo cui viene negata l’eutanasia e allora si acconcia da solo in modo brutale), momenti macabri (un anziano chiede di morire, avvelenato, amoreggiando con una giovanissima), battute di pessimo gusto, situazioni ultra sadiche. Lo scopo del regista non è chiaro, se non quelle di farsi beffe di convenzioni e ipocrisie: mettendo però tutto nello stesso calderone, chi difende l’eutanasia e chi la combatte, chi vive un disagio esistenziale e chi sembra solo fuori di zucca, passando da situazioni comiche “nere” (ma che personalmente non ci hanno fatto ridere per nulla) a momenti di pura e crudele violenza. Alla fine, a cercare appoggi “ideologici” si potrebbe dire che il film sembra un paradossale spot contro l’eutanasia proprio mentre tutti – nel film – la considerano una grande conquista, tra descrizione di un business gestito da un dottore mellifluo ma cinico, aspiranti suicidi che di fronte alla paura di essere uccisi scoprono l’attaccamento alla vita e violenza del sistema “dolce morte”. Ma chi l’ideologia non l’ama mai, e non cerca sostegni surrettizi alle proprie posizioni, non potrà non guardare con sospetto al consenso del film del belga Olias Barco che alla fine, nonostante ottimi attori e una fotografia in bianco e nero molto efficace, risulta soprattutto sgradevole, fine a se stesso (il sospetto è che si punti solo a grasse e ciniche risate) e quindi abbastanza inutile.,Antonio Autieri

About the author