Pur differenziandosi dallo stile cui Almodovar ci ha spesso abituato, fatto di barocchismi visivi e musicali, di eccessi, di scene “flamboyant”, Julieta rimane uno di quei lavori belli agli occhi e profondamente commoventi per il quale il regista spagnolo è misteriosamente (e verrebbe da dire anche magicamente) dotato, ma nel quale sembra volutamente più riluttante del solito ad ostentare il suo virtuosismo.
Ritratto di diverse donne che gravitano intorno a una madre sola e alla sua precedente storia da ragazza, il film è un dramma nel quale sentimenti e vicissitudini risuonano attraverso dolore e rimpianto, specie per l’incapacità di comunicare con le persone che più si amano. Con la forza del flashback, il regista spagnolo descrive un passato fatto di episodi di passione leggera e romantica (un incontro sul treno, due iniziali tatuate, un quadro di Lucien Freud alle spalle), di amicizie sincere ma fuorvianti, di gelosie e segreti drammi intimi. Componendo piani di grande eleganza stilistica, dove ogni colore ha la sua importanza, l’autore torna a queste storie in cui gli slanci e la quiete trovano un grande equilibrio, specie nell’enfasi con cui descrive la frustrazione e il dolore per l’assenza.
In Julieta ritroviamo spesso la vena e il tono di alcuni tra i suoi più grandi film, (Parla con lei, Tutto su mia madre) con Emma Suarez in un grande ruolo (e speriamo che questa sia l’occasione per vederla in film che finora non sono mai arrivati in Italia). Una madre tormentata e tenace,  di cui spesso è solo la voce fuori campo che dà corpo ai pensieri (e che da giovane è interpretata da Adriana Ugarte), piena di dubbi e certezze che scandiscono i periodi della sua vita.
Forse una svolta dettata dalla maturità nella carriera del regista? Se Julieta probabilmente non è il miglior film di Pedro Almodovar, è certamente uno dei più ricchi di  talento, anche per la presenza della bella Adriana Ugarte, possibile nuova musa del regista. Ma soprattutto è un film le cui domande sulla capacità di perdonare non possono non colpire anche lo spettatore più distratto.

 

Beppe Musicco