John Wick

John Wick

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Un ex killer torna in attività dopo che alcuni gangster gli fanno fuori il cagnolino.

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Storia ai minimi termini e psicologia zero: c’è da rimpianger film come Commando (in cui Schwarzenegger faceva fuori un battaglione di mercenari che gli hanno rapito la figlioletta) o il sempre più patetico e meno efficace Charles Bronson nei vari Il giustiziere della notte (dove Bronson non aveva pietà di chi gli aveva ucciso la moglie e stuprata la figlia). In questo B movie diretto dall’esordiente Chad Stahelski, Reeves, che ormai da qualche anno pare trovare spazio solo in film minori, è un ex killer freddo e spietato che è costretto a tornare in attività per vendicare l’affronto subito da una gang di russi. Nulla di più banale e semplice per un film che però risulta abbastanza avvincente: più che per la performance di Reeves, per una certa cura nella realizzazione delle numerosissime scene di azione (il regista ha curato le scene d'azione di tanti film, da Matrix a 300): una buona coreografia dei combattimenti e un discreto ritmo più qualche trovata insolita (come quella degli uomini incaricati delle “pulizie” e chiamati tempestivamente dal protagonista dopo le sue imprese) che bilanciano almeno in parte i tanti difetti di un film dal plot esageratamente semplice. ,La psicologia ridottissima dei personaggi in gioco, una certa prevedibilità dell’intreccio, un’inverosimiglianza che tocca il suo punto più alto (o più basso…) nel momento in cui il protagonista, novello Rambo, si cuce una ferita in pancia con una sorta di sparachiodi. E ancora: uno spreco notevole di attori ridotti a carne da macello o semplicemente sotto utilizzati come i villain interpretati da Michael Nyqvist e Alfie Allen, mentre il terzetto formato da Willem Dafoe, John Leguizamo e Ian MacShane è semplice tappezzeria. Il risultato è un accettabile film d’azione, che però poteva offrire molto di più sia in termini di suspense pura sia dal punto di vista della credibilità di un mondo criminale (dove curiosamente la polizia è relegata ai margini della narrazione) che il regista riesce solo in parte a costruire. Non mancano cioè buoni spunti che meritavano di essere approfonditi: la freddezza e la mancanza di scrupoli del giustiziere protagonista la cui nomea, terribile, lo precede gettando nell’angoscia i gangster russi, fa del personaggio di Wick un antieroe a metà tra certi “punitori” del mondo dei supereroi e i mirabili cattivissimi dei western di Leone, anche se il film non possiede né la forza dei primi e nemmeno il fascino inquietante dei secondi.,Simone Fortunato,

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