John McEnroe – L’impero della perfezione

John McEnroe – L’impero della perfezione

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John McEnroe – fuoriclasse assoluto del tennis – visto da molto vicino, con pregi e difetti, fino alla finale del Roland Garros del 1984

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Se avete visto Borg McEnroe, scordatevelo. John McEnroe – L’impero della perfezione è tutt’altra cosa. È per prima di tutto un documentario, e non un film di finzione, e nello stesso momento è una riflessione sul modo di fare cinema applicato allo sport. Lo dirige Julien Faraut che, come base di partenza, riprende il lavoro fatto in precedenza da Gil de Kermandek, ex tennista e poi direttore tecnico della federazione di tennis, in seguito regista pionieristico che ha dedicato parte della sua opera a immortalare i gesti degli atleti. Molto di questo materiale è dedicato proprio a quel fuoriclasse di John McEnroe che ha dominato il tennis da fine anni 70 a metà anni 80.

La prima parte del documentario si focalizza sui gesti, i movimenti, i colpi di McEnroe, ora giovane tennista, ora campione affermato. Sempre ripreso in partite sulla terra rossa del torneo parigino del Roland Garros. Sono riprese in primo piano, ripetute anche più volte da diverse angolature, che mettono in evidenza la classe del campione americano. Gli avversari si vedono pochissimo e, quelle rare volte, soccombono di fronte ai colpi magici di McEnroe. Per essere tennisti, si dice, e annientare i rivali, bisogna essere killer, e John lo è stato.
C’è poi una parte centrale dedicata al caratteraccio leggendario di John. Non mancano i siparietti con le proteste rivolte nei confronti del giudice arbitro, del giudice di linea o le polemiche contro spettatori molesti o giornalisti mandati a quel paese per i microfoni posizionati a bordo campo. Ma, è questa la tesi di Gil de Kermandek, quella di McEnroe è una grande messa in scena da vero attore. Perché, mentre altri atleti, con comportamenti di questo tipo, perdono concentrazione e controllo del match, per McEnroe questo non vale; è sempre in pieno controllo, di sé stesso e della partita.

Nella terza parte si entra nell’epos, che è poi quello che rende unico lo sport. Siamo sempre al Roland Garros, finale McEnroe-Lendl del 1984. Quello di Parigi è il trofeo che manca alla carriera leggendaria del campione americano. Qui, finalmente, vediamo i due tennisti-rivali sfidarsi. McEnroe gioca un tennis stratosferico nei primi due set, che porta a casa senza fatica. Ma, attenzione al particolare; sull’ultimo servizio del set, McEnroe commette un errore, smorfia di insoddisfazione, qualcosa – dentro quel meccanismo imperfetto – si inceppa… E la partita cambia. Sono immagini forti, intense, emozionanti. Non sveliamo nulla di segreto, perché è facile verificare come è finita la sfida. McEnroe più volte ha detto di sognarsela ancora di notte e di rivivere l’incubo.

Ma quanta umanità c’è nelle immagini finali, con McEnroe distrutto, che vorrebbe stare solo e piangere coperto da un asciugamano ma che, invece, viene assalito dai fotografi che vogliono immortalarlo; eccolo quindi brandire la racchetta come se fosse una mazza per scacciare tutti. Un gesto repentino, disperato e fiero, da campione ferito.
Ci sono davvero tante cose in questo bel documentario magari di non facilissimo approccio. La scena che ci è piaciuta di più si vede circa a metà film. Si vede un giovanissimo John, in gruppo con altri tennisti, prima di una foto; è intimidito, imbarazzato, non riesce neanche a guardare l’obiettivo della macchina fotografica. Vorrebbe andarsene subito. Come a dire: voglio solo giocare a tennis, fatemi tornare sul campo.
Il documentario si apre e si chiude con una frase presa in prestito dal regista Jean-Luc Godard: «Il cinema mente, lo sport no». Come non dargli ragione?

Aldo Artosin