Film complesso e non semplice. Complesso per il registro narrativo adottato dal regista Arnaud Desplechin, qui anche sceneggiatore, che adatta il romanzo autobiografico dello psichiatra Georges Devereux mantenendone i tanti riferimenti alla medicina e alla psicanalisi. La storia: un reduce dalla Seconda guerra mondiale soffre di una serie di malanni dovuti, almeno secondo la sua ipotesi, a un incidente di guerra e in generale alle sofferenze patite e vissute sul fronte. I problemi fisici e psicologici si ingigantiscono sempre di più costringendo l'uomo, Jimmy Picard, originario della tribù dei Piedi Neri, a chiedere il ricovero presso una struttura ospedaliera specializzata nel recupero dei veterani di guerra. Lì incontrerà il medico francese Georges Devereux. Storia interessante tutta giocata sul rapporto umano tra il Jimmy P interpretato con grande realismo e intensità da Benicio Del Toro e il medico impersonato dall'eccentrico Mathieu Amalric. Desplechin affronta la vicenda con un taglio decisamente realistico e lontano per molti versi dall'enfasi di film analoghi centrati sul rapporto medico-paziente come l'hollywoodiano Risvegli, peraltro intenso e commovente benché condizionato dalla presenza ingombrante della coppia formata da Robert De Niro e Robin Williams. In questo caso, Desplechin evita qualsiasi concessione allo spettacolo: lavora su due attori, altrove sopra le righe e estrosi come la coppia Del Toro e Amalric, facendo leva sulla discrezione, sull'introspezione e sul non detto. Non male, se non fosse che il quadro clinico complesso di Jimmy P è analizzato con cura e con dovizia dei particolari da Desplechin attraverso un medico tanto puntiglioso quanto geniale: il discorso, almeno per lo spettatore, si fa più faticoso e oscuro. Si avverte che la malattia del protagonista va ben al di là di un semplice incidente di guerra e riguarda tutta la sfera affettiva, l'identità dell'uomo che è nativo americano e ha vissuto in una riserva, ha a che fare con un passato oscuro che pian piano affiora grazie soprattutto alla dedizione di un medico che, a un certo punto della narrazione, finisce per diventare qualcosa di più simile a un amico per quest'uomo così sofferente di una malattia più che altro esistenziale. Il regista francese di Racconto di Natale rischia grosso con questa operazione di adattamento di un libro-saggio: da un lato riesce – è il merito più grande – a raccontare la sofferenza di un uomo che è fisica, ma soprattutto spirituale; una ferita che viene ricucita grazie all'umanità di un medico che spinge il suo paziente ad affrontare le sue parole a viso aperto, come suggerisce il commovente e sobrio finale. Dall'altro però, per la volontà di restare aderente al testo di partenza, Desplechin carica parecchie sequenze di termini tecnici e medici appesantendo la parte centrale del film di una certa verbosità e di un didascalismo di cui si poteva fare a meno. Meglio quando la narrazione prende la strada del melodramma puro, specie nel racconto di Jimmy P e della figlia perduta o nel rapporto tra il medico e la compagna: sequenze intense ed emozionanti che coinvolgono lo spettatore in una storia bella e positiva, ma in tanti momenti trattata con la freddezza di un medico in sala operatoria.,Simone Fortunato,