Jackie

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In una lunga intervista Jackie Kennedy ripercorre, tra verità e mito, i giorni appena successivi all’omicidio del marito JFK a Dallas.

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Il dolore, i rimpianti, la rabbia, le domande, i sentimenti contradditori di una donna all’indomani di un evento traumatico che obbliga ripensare il passato e soprattutto il futuro, il proprio e quello di un mito (quello di JFK e della sua Camelot) che proprio Jackie fu decisiva nel creare prima durante e dopo la presidenza. L’approccio di Pablo Larrain (regista cileno che lavora per la prima volta negli Usa), che tiene volutamente quasi completamente fuori dal quadro proprio JFK, è solo apparentemente tradizionale nel legare il racconto all’intervista che la protagonista rilascia a un giornalista di Life. Questa è l’occasione per ripercorrere non solo i momenti dell’attentato, ma anche una serie di eventi e ricordi che compongono a poco a poco il ritratto problematico e per questo interessante di una donna in cerca di un’identità.

Moglie tradita, first lady, madre amorevole, vedova e icona di stile, la Jackie di Natalie Portman non è una donna immediatamente amabile. Reattiva, incostante, quasi “capricciosa”, messa di fronte al crollo di un sogno di cui lei più di chiunque altro conosceva le ombre e i retroscena, Jackie si stacca sempre più dall’immagine un po’ ingessata della buona padrona di casa così come compare nel documentario in cui presenta i lavori di ristrutturazione da lei intrapresi alla Casa Bianca. La lealtà e il risentimento nei confronti di un marito amato ma di cui conosceva ogni difetto, i sacrifici compiuti, i dubbi sul futuro, un’intera gamma di sentimenti che si riflettono sul volto di una donna che pare sempre divisa tra la figura pubblica e la verità, una verità forse impossibile da trasmettere sia sulle pagine dei giornali che nelle immagini dei notiziari. La volontà, quasi la necessità di lasciare un segno e di trovare un posto nella Storia (la scelta è di seguire il modello di Lincoln, anche lui assassinato), in realtà nasconde l’urgenza di dare risposte a domande ben più profonde, come quelle che Jackie, donna di fede nonostante tutto, pone al sacerdote che le sta accanto nei giorni dopo l’attentato. Che non riguardano tanto i “peccati” di JFK (dati in qualche modo per scontati), ma più profondamente il senso del vivere e del soffrire (non tutti sanno che appena tre mesi prima della morte del marito Jackie aveva dovuto affrontare la morte di un figlio nato prematuro, un evento che l’aveva profondamente segnata). Larrain non può e non vuole dare risposte, ma l’apertura al mistero è innegabile.

La pellicola ruota tutto intorno alla figura di Jackie, ma uno spazio se lo guadagna anche il Bobby Kennedy di Peter Sarsgaard, che con pochi sguardi e poche battute riesce a trasmettere un groviglio di sentimenti e ambizioni che fanno di questo “fratello minore” una figura interessante almeno quanto quella del Presidente assassinato. Una pellicola complessa, affascinante e piena di spunti che guadagna lo spettatore un minuto dopo l’altro non con colpi di scena o scoperte sensazionali, ma piuttosto riuscendo a scendere con sensibilità nel cuore e nell’intimità dei suoi personaggi, sospesi tra umanità e mito.

Luisa Cotta Ramosino

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