La storia vuole che “esso” (“It”) si manifesti ogni 27 anni. Ed è a 27 anni dalla famosa miniserie tv che il pagliaccio più inquietante di sempre torna sullo schermo, stavolta quello del cinema. Lo fa in pompa magna, con una promozione massiccia che ha già portato i suoi frutti: dopo sole tre settimane di programmazione, il nuovo It è diventato il film horror coi maggiori incassi della storia statunitense. E si tratta soltanto della prima parte della storia: la seconda è prevista per settembre 2019.
Tra i romanzi più popolari della bibliografia di Stephen King, It è così amato perché è molto più che una storia horror: è un racconto di crescita e formazione in cui l’horror serve a raccontare paure e disillusioni di un importante periodo della vita, quello a metà tra l’infanzia e l’età adulta. It (vero nome Pennywise), mostro terribile dalle fattezze innocenti che si ciba di terrore, rappresenta simbolicamente il trauma di questo delicato passaggio. Obiettivo principale del film, per regista e sceneggiatori, era soprattutto restituire questo tema. Così si è deciso di dedicare questo primo capitolo esclusivamente alle vicende vissute dai protagonisti da bambini, per poter meglio raccontare le loro storie personali e l’amicizia che li lega. Ogni membro del “club dei Perdenti” ha infatti uno specifico background ed è segnato da una ferita: sono emarginati per diversi motivi, vittime di genitori abusivi o assenti o ultraprotettivi, bersagli dei bulli della scuola. Tra loro spicca il balbuziente Bill che, traumatizzato dalla scomparsa del fratellino Georgie, è il primo a spingere affinché si indaghi su Pennywise. Tutti e sette i ragazzini, infatti, sono perseguitati da visioni terrificanti che riconducono al malvagio clown.
Dagli anni 50 del libro la scena si sposta agli anni 80: perché, dicono gli autori, «Stephen King afferma che bisogna scrivere di ciò che si conosce, e noi volevamo parlare di ciò che conoscevamo noi, cresciuti negli anni 80». Si potrebbe aggiungere che si tratta di un periodo che ha dato tanto al genere horror: infatti il film è ricco di citazioni e omaggi a produzioni orrorifiche del decennio, da altre creazioni dello stesso King (Carrie, Christine – La macchina infernale) a pellicole come Nightmare – Dal profondo della notte (che è in cartellone presso il cinema cittadino) e Poltergeist (in una scena è possibile notare il clown del film).
Il cambio temporale giustifica in parte alcuni aggiustamenti narrativi rispetto al libro e alla miniserie: ad esempio, subiscono delle modifiche le allucinazioni dei ragazzi, che nel libro e nella miniserie facevano spesso riferimento a mostri tipici del cinema horror classico, come la mummia, il lupo mannaro, il mostro di Frankenstein, mentre qui pescano per lo più dal vissuto dei personaggi. Questo rende il personaggio di Pennywise più funzionale al contesto, ma forse meno efficace in un’ottica più ampia di coinvolgimento del pubblico, che in lui dovrebbe vedere il compendio di tutte le paure appartenenti all’immaginario collettivo.
Si assiste dunque a uno squilibrio nella trasposizione delle due anime della storia, quella inerente al racconto di formazione e quella più puramente horror. La prima è rappresentata in modo abbastanza efficace, grazie alla sceneggiatura di Cary Fukunaga (che doveva anche curare la regia, salvo poi abbandonare per via di divergenze con la produzione), Chase Palmer e Gary Dauberman, e all’ottima prova attoriale dei giovani interpreti. Negli scambi tra i bambini troviamo malinconia, speranza, disincanto, divertimento, strafottenza, paura… Un mix di emozioni e atteggiamenti verso la vita che ha il suo collante nel sentimento di profonda amicizia che si viene a creare. A volte si ha però l’impressione che il tema della crescita sia veicolato in modo un po’ didascalico, ad esempio nell’insistenza sul ciclo mestruale di Beverly, o nell’immagine di Mike costretto a uccidere gli agnelli. Simbologie già viste (qualcuno ha detto Silenzio degli innocenti?), quando a meritare un maggiore approfondimento erano forse altri spunti, ad esempio l’indifferenza degli adulti rispetto alle vicende in corso.
Per quanto riguarda l’anima horror, oltre a quanto già detto, una regia non eccelsa incide negativamente sulla resa. Quello di Andy Muschietti è un horror “di maniera”, che tende a mostrare troppo e troppo in fretta, concentrandosi sulla quantità più che sulla qualità, diventando facilmente ripetitivo e (ahimè) prevedibile. A volte il regista si sofferma in modo autocompiacente sulle scene horror, perdendo di vista il loro significato nell’economia della storia. In particolare le mille facce di Pennywise, che dovrebbero contribuire a rendere la sua natura indecifrabile, sembrano invece concretizzare maggiormente il personaggio, banalizzando la sua figura e risultando così spesso fuori luogo.
Resta comunque valida l’interpretazione del clown da parte di Bill Skarsgård che, grazie a un lavoro studiato sulla voce e le movenze, evita di ricalcare lo stile del suo predecessore Tim Curry e caratterizza il personaggio con nuove interessanti sfumature. Il giudizio finale è quello di un film che non sempre riesce a far convivere con successo le due anime di cui sopra, col risultato che entrambe risultano esplorate solo parzialmente.

Maria Triberti