Grande horror, ricchissimo di spunti, ispirazioni, tecnicamente pregevole. È il secondo lungometraggio di David Robert Mitchell che realizza un film spiazzante, giocando assai bene con le regole classiche della tensione e della paura. L’incipit, angosciante, vede una ragazza fuggire dalla propria casa incurante dei richiami dei genitori e degli attoniti vicini. Scappa, non si sa da chi o da che cosa, da qualcosa che sembra vedere solo lei e che la farà finire male.

Già l’incipit dice tanto dello stile di Mitchell che dirige un film utilizzando classici elementi della tensione: una ragazza indifesa, mezza nuda per giunta; la colonna sonora di Disasterpeace molto efficace e avvolgente che richiama il lavoro fatto da Refn in Drive e compagnia ma anche le sonorità inquietanti di Carpenter; un uso sapiente della macchina da presa che, senza far vedere quasi nulla (il film è assai poco cruento, tranne un paio di immagini), gioca con le paure dello spettatore. Mitchell guarda ai meccanismi dell’horror classico di Carpenter il cui Halloween è citato espressamente nell’angosciante sequenza a scuola così come riesce a rendere sospesa l’atmosfera come in sogno (o in un incubo): la lezione di Lynch e Refn è evidente in più momenti. E non manca nemmeno di dare un taglio metaforico alla propria vicenda: dopo l’incipit tragico, la narrazione si accentra attorno alla figura di Jay (Maika Monroe), una ragazza come tante nella provincia un po’ depressa del Michigan. Qualche amico, qualche problema di cuore. Una storia con un ragazzo e si finisce sotto le coperte. Il risveglio è traumatico: sola e legata, la ragazza scopre di avere contratto una sorta di maledizione che, a quanto pare, si trasmette per via sessuale. Un’entità che prende varie forme sempre umane da questo momento la inseguirà e non le darà scampo.

Un film da leggere su più piani, un po’ sulla falsariga di certe cose di Craven, Nightmare incluso: spaccato generazionale con ragazzi belli e annoiati, profondamente soli che utilizzano il sesso come forma di prevaricazione e sfruttamento per l’altro (e in effetti, Jay sarà molto tentata di “passare” la maledizione a qualche altro malcapitato); cupo racconto sulla solitudine e sulla noia. L’idea, semplicissima e terribile, che ci sia qualcuno o qualcosa che non ti dà tregua e che solo la vittima può vedere dice di un’impossibilità oggi di affrontare insieme i propri incubi, di condividere le proprie fragilità e le proprie incertezze come in qualche misura i ragazzi di Craven tentavano di fare aiutandosi a svegliarsi per non cadere sotto i colpi di Krueger.

Qui, invece, complice anche una regia che dissemina falsi indizi e gioca volutamente sulla psicologia e sulle paure più nascoste innanzitutto dello spettatore che è continuamente preso in contropiede, ora seguendo il punto di vista di Jay e quindi in prima persona scappando oppure non vedendo ciò che avviene proprio come i ragazzi che vorrebbero aiutare la ragazza, non c’è speranza per l’eroe o l’eroina di turno come ben dimostra il finale tronco e per nulla pacificante. C’è invece, in poco più di 90 minuti – ed è il tratto che noi amiamo di più negli horror, l’elemento che costituisce la sua ragion d’essere e è il discrimine tra un horror sciatto e un gran film – la sintesi del nostro mondo con le sue paure, la sua ossessione per il sesso, le sue nevrosi e ansie, il terrore di rimanere soli, l’angoscia senza fine per un mostro, un buco nero che ti perseguita, senza un perché, senza una logica. Sono insomma lontanissimi i tempi in cui gli eroi degli horror combattevano a viso aperto con mostri e maniaci in carne e ossa, terribili ma reali e con una logica per quanto perversa e dei punti deboli. Ora, non è possibile combattere contro chi non conosci e che non sembra avere una motivazione se non quella di ucciderti. E allora devi solo scappare e magari impegnarti in altro, sballarti e non pensare troppo a questa cosa che, passo dopo passo, si approssima a te sempre più e che altro non è che la paura più recondita di ognuno di noi: la Morte con le sue dita lunghe e le unghie nere, la nostra inquietante sorella che non ci molla mai.

Simone Fortunato