Isis, Tomorrow – The Lost souls of Mosul

Isis, Tomorrow – The Lost souls of Mosul

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I lunghi mesi della guerra a Mosul, con l’occupazione dell’Isis, e poi la sua liberazione. Ma le sofferenze non sono finite

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Isis, Tomorrow – The Lost souls of Mosul è un documentario presentato fuori concorso alla 75ma Mostra del cinema di Venezia, coproduzione tra Freemantle Media Italia e Rai Cinema. In 80 minuti, la reporter e giornalista Francesca Mannocchi e il fotografo Alessio Romenzi ci mostrano sprazzi degli anni di guerra – con il feroce addestramento di 500.000 tra bambini e ragazzi a diventare assassini e “martiri” e l’ideologia come base di un preciso progetto di indottrinamento omicida – ma soprattutto il dopoguerra. Non certo pacificato, con una città in rovine dall’aspetto spettrale.

A sei mesi dalla liberazione di Mosul (luglio 2017) le cose infatti sono sì migliorate, perché non ci sono più stragi, decapitazioni e attentati (e appunto fanno davvero impressione i bambini-kamikaze). Ma non si può dire che la violenza sia finita, tra vendette (anche verso chi non è sicuro sia colpevole, o ha solo la colpa di essere moglie – e alcune vedove sono poco più che bambine – o figlio di un terrorista), umanità disprezzata, paure che non cessano. I due autori ascoltano la voce dei parenti di chi ha combattuto per l’Iraq e di quelli dei “soldati” per il Daesh, lo stato terroristico che ha cercato di sovvertire il Paese.

Per rispondere e “rimediare” all’orrore serve altro orrore? I figli – che non rinnegano nulla delle “idee” dei padri – e le vedove “dell’Isis”, che sicuramente attirano maggior compassione, possono essere accettate come figli e madri di un’intera nazione, in un tentativo di riconciliazione? Non si mette a rischio, senza provare a estinguere l’odio, il futuro dell’Iraq magari nutrendo sentimenti di rivalsa che potrebbero rinnovare le fila del movimento terroristico?

Inutile negare il coinvolgimento emotivo del documentario di Mannocchi e Romenzi, anche se a tratti sorge il sospetto di una eccessiva spettacolarità – anche visiva e musicale, grazie a mezzi adeguatamente importanti – per un tema che meritava più “sottrazione”. Ma certe immagini, interviste e volti non si dimenticano. In particolare, la durezza spietata di un soldato che considera nemici irrecuperabili da sterminare anche i bambini in divisa dell’Isis, e quell’altro militare che invece non ha smarrito un ultimo senso di pietà. E che cerca di evitare di uccidere i bambini-soldato; e, se costretto a farlo per difendersi, ne prova sincero dolore.

Antonio Autieri