Ippocrate

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Un giovane medico si trova a fare il tirocinio nel reparto di un ospedale in cui il padre è primario. Si ritroverà presto in crisi…

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Introdotto dal padre, direttore del reparto di medicina interna, il giovane Benjamin comincia il suo tirocinio in un ospedale parigino. Sono sei mesi che lo devono formare, e far passare dalla teoria alla pratica sul campo; e lui cerca di imparare più che può in ogni occasione. L’arrivo di un altro tirocinante più anziano e anche più preparato di lui, il francoalgerino Abdel, crea le prime frizioni. Ma saranno alcuni episodi drammatici a segnarlo e a mandarlo in crisi, tra errori e limiti anche di approccio ai pazienti. Prima la morte apparentemente inevitabile di un ubriacone senza speranze, che però poteva salvarsi con un elettrocardiogramma che non viene effettuato (il macchinario non funziona, ma dopo tante proteste per tutto quello che non funziona in quel caso né lui né gli infermieri sembrano darsene troppo conto): ma lo salva – dalle insistenze della vedova e anche dai dubbi del collega Abdel – prima la sua superiore e poi direttamente il padre, che lo copre senza remore. E poi, dopo tanti piccoli episodi che gli tolgono entusiasmo, il caso di un’anziana signora che mette in luce diversi modi di intendere la professione medica. Che quello non sia il suo mestiere, sempre che di mestiere – gli obietta Abdel, sempre meno nemico e sempre più modello irraggiungibile anche dal punto di vista umano – si tratti?

Il francese Thomas Lilti (classe 1976) prima che regista, è davvero un medico anche se ormai non esercita più. Un paio  di stagioni fa abbiamo visto il suo bel film Il medico di campagna (2016) con François Cluzet, il cui buon esito ha fatto recuperare questo Ippocrate di due anni precedente. Fin dal titolo – nessuno lo cita, ma è il celebre giuramento cui si allude – ancora dunque è l’attività di medico, anzi la missione (termine che pure nessuno utilizza nel film) al centro della vicenda, che alterna momenti di commedia a toni e tensioni da dramma che a un certo punto sembrano prendere il sopravvento, prima di un finale più rasserenato (e rasserenante). Ma seppur con interessanti spunti etici e anche “tirate” alla malasanità o quanto meno al cinismo sia dei vertici ospedalieri (che tagliano il budget e spremono medici e infermieri) che a quello dei colleghi rotti a ogni disgrazia (che talvolta diventa lassismo o ottusità), il film accumula troppi sbocchi possibili senza prendere con decisione nessuna strada. È il classico apprendistato al lavoro e alla vita quello che interessa a Lilti, osservando il giovane Benjamin (interpretato da Vincent Lacoste, talentuoso ma con una faccia da schiaffi che lo fa preferire in ruoli negativi o ambigui)? Investigare sulle magagne negli ospedali? Mettere in luce le diverse motivazioni del giovane con quelle del più esperto Abdel (molto bravo Reda Kateb, premiato a suo tempo con il Cesar per la sua prova, che ruba spazio al protagonista), troppo serio per essere amato dai colleghi che cercano di continuo occasioni per “staccare” da quello che fanno? O anche mettere al centro il tema del fine vita, con l’episodio dell’anziana al cui capezzale si alternano diverse strategie mediche e umane? Soprattutto, il film solo a tratti emoziona e appassiona (e lo fa con scene in cui è facile che ciò avvenga, come la morte di una persona davanti ai suoi cari). Per il resto è più interessante che bello, più “argomentativo” che narrativamente efficace (oltre tutto in certi casi non è sempre chiaro come davvero un medico dovrebbe comportarsi di fronte a certi casi limite), tanto che alla fine si rimane più confusi che colpiti dall’accumulo di episodi (non sempre significativi) che frammentano il racconto senza dare una visione di insieme più incisiva e “giudicata”, e di scene non particolarmente felici (fare gli ubriachi è il vero “crash test” di un attore, Lacoste deve ancora fare esperienza…). Ma al suo successivo film, il già citato Il medico di campagna, la mano di Lilti era già risultata più felice.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...