Io sono Tempesta

Io sono Tempesta

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Un finanziere spregiudicato è condannato a un anno di servizi sociali in un centro di accoglienza per poveri di ogni tipo

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Si chiama Numa Tempesta, un nome che è tutto un programma, ed è un uomo ricco e potente. Che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro, vive da solo in un enorme albergo di sua proprietà e prepara una colossale operazione immobiliare in Kazakistan. Ma una vecchia condanna per evasione fiscale, dopo inutili tentativi dei suoi avvocati di farla decadere, lo porta a dover scontare un anno di pena ai servizi sociali, in un centro di accoglienza per poveri di ogni tipo e provenienza. Che, come la rigida donna che lo dirige, non prendono affatto in simpatia Tempesta, anche se lui ci prova a fare il “pacione” e a ridurre al minimo i danni della strana situazione. Con Bruno, giovane rimasto solo con il figlio dopo l’abbandono della moglie, e con gli altri ospiti dovrà invece venire a patti…

Come è noto, il primo spunto di Io sono Tempesta, dodicesimo film di Daniele Luchetti, fu la condanna di Silvio Berlusconi a un anno di servizi sociali, scontata alla Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Solo uno spunto, perché l’idea originaria di farne un film “su” Berlusconi è stata poi scartata dal regista e dai suoi sceneggiatori perché poco interessante. Il film inizia con titoli di testa che accoppiano male una cupa grafica che rappresenta grattacieli e cantieri e “Ho visto un re” cantata da Jannacci, poi vediamo un padre che appare in sogno al protagonista e lo insulta (come il padre faceva fin da piccolo). Poi si prosegue seguendo un Marco Giallini mattatore senza briglie, che funziona grazie alla sua bravura ma senza graffiare come potrebbe: come tutto il film, più farsa che commedia all’italiana, che si diverte a cambiare tono e prospettiva di continuo ma senza aver un punto di approdo forte. Nel corso del film pensiamo che il finanziere potrebbe redimersi, diventare amico di Bruno (interpretato da Elio Germano) o sentirsi in colpa per le sue azioni. Invece, ed è un aspetto positivo, Io sono Tempesta spiazza di continuo e riempie inquadrature e occhi degli spettatori di tante cose: location e scenografie agli antipodi (l’albergo di lusso e il centro, il Kazakistan e i portici dove dormono i clochard), citazioni, episodi, personaggi. Ma anche troppi, alla fine.

Infatti, come spesso accade con i film di Luchetti, l’eccesso è dietro l’angolo: ci sono una miriade di spunti, e quasi due o tre film uno dentro l’altro. In sceneggiatura era prevista una studentessa/escort al “servizio” di Numa, ma dopo il casting si è deciso di scindere in tre il personaggio, con efficacia dubbia; così pure si dica per divagazioni come la cena delle tre ragazze con Bruno e il figlio o altre che non giovano all’economia del racconto. O scene troppo urlate: se Angela, la donna rigida e un po’ invasata (la scena delle urla religiose “motivanti” è davvero brutta: «Il Signore mi salverà!»), deve suscitare una reazione ambivalente, di rispetto ma anche di irritazione, sono pochi i personaggi che ci fanno davvero simpatia. Dovrebbe farcene il protagonista, quasi nostro malgrado, come per il regista avviene da sempre con questi filibustieri della finanza che conquistano gli italiani con la loro ricchezza e cialtronaggine. Ma è un gioco a tavolino che non scatta, proprio perché troppo calcolato; e se ogni tanto Numa ci fa anzi tristezza, l’ossessione per il padre è anch’essa troppo “scritta” per toccarci davvero. Nella considerazione degli spettatori, alla fine, si salva forse solo Nicola, il figlio di Bruno (il bravo Francesco Gheghi).

Certo, sono tutte scelte volute, come l’eccesso dei toni. Ma il risultato è un po’ respingente. E come commedia, che sia all’italiana o grottesca o farsesca o anche “opera buffa” (grazie a inserti musicali e operistici, cin si è ispirati al Don Giovanni di Mozart), manca però sempre l’ingrediente principale: Io sono Tempesta diverte poco. E non – come si usa dire a mo’ di autodifesa in questi casi – perché lo spaccato sociale descritto è allarmante; perché lo erano anche quelli delle commedie migliori degli anni 50 e 60 (sarà mica rassicurante il Vittorio Gassman del Sorpasso?). Luchetti, che pure sa dirigere bene gli attori (bravi ma meno sorprendenti di altre volte), non consegna ai suoi interpreti un copione con scene e battute folgoranti e tanto meno con un senso forte alla fine della storia. Si vuol puntare il dito sull’ingiustizia sociale imperante, ma anche sulla corruzione che colpisce tutti e quindi anche? Come per lo spunto di partenza su Berlusconi, non ci sembra che questa rappresentazione dell’ennesimo “furbetto” della finanza avesse molto da dire, né che l’affresco dell’Italia di oggi – al di là di alcune intuizioni disseminate qua e là o di qualche simpatica citazione – vada oltre una tesi di partenza molto aprioristica (ognuno ha un prezzo…). Rimane un film passabile, per frammenti anche moderatamente apprezzabile. Ma, temiamo, dimenticabile in fretta.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...