Doveva chiamarsi Il fattore umano, come il romanzo di Graham Greene. Alla fine si è optato per Invictus, mai domo, mai sconfitto come gli eroi antichi che nemmeno davanti agli dei crudeli e invidiosi piegavano la testa. E Clint Eastwood è uno che la testa non la piega mai. Sempre più anziano, sempre più grande, sempre più venerabile il vecchio Clint (quest’anno le primavere sono ottanta) incarna da solo più di mezzo secolo di cinema americano e non solo. È il più grande regista vivente e anche il più umile, acclamato dalla critica e amato dal pubblico (Gran Torino, il suo ultimo capolavoro ha incassato qualcosa come 270 milioni di dollari in tutto il mondo) ed è anche un uomo che ama mettersi in discussione e stupire, prendendo in contropiede un po’ tutti. A inizio anni Settanta, smessi i panni del cowboy con due espressioni due, ha dato il via a una lunga serie di polizieschi duri e realistici. Era l’ispettore Callaghan e la critica lo prese per un personaggio reazionario di dubbio gusto. Poi la carriera da regista: tanti western, thriller e gialli come gavetta e poi un capolavoro dietro l’altro negli ultimi 20 anni, da Gli spietati a Million Dollar Baby passando per Un mondo perfetto e Mystic River. Film tragici eppure con al centro personaggi indomiti, uomini capaci di guardare in faccia al destino cattivo della vita e a tutte le promesse spezzate e prenderlo a pugni o pistolettate. Sembrava destinato Clint a rimpolpare la lista dei grandi registi cupi e amari e invece no. Nella vecchiaia, Eastwood trova una strada per i suoi personaggi e, chissà, forse per sé. La strada di una compagnia umana, antidoto per le sofferenze in guerra (Flags of our fathers) o in famiglia (Changeling, Gran Torino). Eroi positivi in tutto e per tutto, eroi che sperano e si sacrificano per il bene dei figli. Nelson Mandela, il protagonista dello splendido Invictus, in uscita in Italia il 12 febbraio, non è diverso da Walt Kowalski di Gran Torino. Diventato presidente del Sudafrica, trova una nazione sfasciata e divisa in due, persino nello sport. I neri che amano il soccer e vivono in povertà  e il lusso dei bianchi che predilige il gioco nobile del rugby. Senza troppi discorsi e facendo valere solo il suo carico di dolore e sacrificio, il Presidente riuscirà  nell’impresa di riunire intorno a sè un popolo ferito da un passato di dolore. One team, one country. Una squadra, una nazione. Una squadra imbattibile, il Sudafrica che vincerà  la Coppa del Mondo contro ogni pronostico nel 1995.

Il film di Eastwood segue passo dopo passo i primi anni di presidenza di Nelson Mandela, non un eroe senza macchia, separato e con una figlia diffidente, ma davvero innamorato del suo popolo, di tutto il suo popolo, bianchi e neri e ricchi e poveri. Uno di poche parole ma molti fatti. Uno che si circonda di guardie del corpo bianche e nere non per un’mmagine ma per la sostanza. Perché la sua vita letteralmente possa dipendere da una nazione bianca e nera. L’uomo della riconciliazione e del perdono. Quando le sue assistenti gli chiederanno se tutta questo interesse per il rugby non nascesse da un calcolo politico, risponderà che no, non è politico ma è un calcolo umano. Il fattore umano è un uomo cambiato che cambia chi gli sta intorno. Come il vecchio di Gran Torino insegnava a un ragazzino la vita, fornendolo di attrezzi e di consigli, Mandela non si riempie la bocca di una retorica all’insegna della tolleranza o dei buoni propositi, ma invita il capitano del Sudafrica Francois Pienaar a bere un tè. Regala al giovane il poema che gli ha fatto compagnia nei lunghi anni di prigionia accompagnandolo con un consiglio: pensa in grande, riscatta le sofferenze del popolo con una vittoria. E la vittoria arriverà, dopo una miriade di calci, pugni e spallate da tutto il mondo, terribili ultimi i neozelandesi del gigante Jonah Lamu, il gigante Golia contro il piccolo Davide, la rinnovata nazione sudafricana. Resistere, resistere. “Questo è il nostro destino”, inciterà  il capitano in uno dei momenti più cruenti della battaglia sportiva.

Un grande film narrato attraverso uno stile secco e sobrio che non lascia spazio al sentimento ma solo a vero struggimento e che regala un paio di sequenze memorabili: quella in cui Pienaar e compagni visitano la cella di prigionia di Mandela e la preghiera finale di ringraziamento della squadra dopo la vittoria, per la prima volta pronunciata da un nero, l’unico della squadra. Grazie, Signore, per averci fatto vincere e per essere rimasti illesi. Grazie per averci regalato qualcosa di grande.

Simone Fortunato