Instant Family

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Due coniugi, sposati e senza figli, decidono di provare a prendere in affido un bambino. O forse meglio un adolescente. Arriverà una ragazza, ma non da sola…

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Pete e Ellie, sposati, vivono e lavorano insieme, ristrutturando case che poi lei arreda. Non hanno figli, che non sono arrivati, ma non sembrano sentirne la mancanza. Finché non sentono parlare della possibilità dell’affido: e sarebbe una bella sfida, giusto per dare una mano a un bambino, orfano o in difficoltà con i genitori, non necessariamente per adottarlo. Ma poi, iniziato il percorso insieme a due assistenti sociali e ad altre famiglie, non sarà come se lo immaginavano. Perché iniziano a pensare a un adolescente – nessuno li vuole… – e poi quando incontrano una ragazza (a una “fiera” dell’adozione), poi si scoprono che sono in tre, considerando anche fratello e sorellina… E vorranno mica separarli? Presi in casa i tre (di origine latino-americane, con la paura di sembrare i soliti “bianchi” che fanno un’azione di generosità mal interpretabile) la loro vita diventerà un inferno, soprattutto con la più grande Lizzy: tra incidenti, intuizioni, liti, tenerezze e rotture che sembrano definitive, e i parenti e i nonni che si mettono di mezzo (ma quella paterna è davvero un uragano) arriva poi la madre dei ragazzi, uscita di prigione e che ormai sembra a posto. Li perderanno? Ma quale è il vero bene per loro?
Raccontata così la trama sembra un bel drammone, o una commedia di buoni sentimenti. E lo è, la seconda: ma non nella chiave che ci si potrebbe aspettare. Perché il regista Sean Anders (già regista di Come ammazzare il capo 2 e altri film di comicità di grana grossa) viene dal “demenziale”, e il mix genera un accumulo di “provocazioni” allo spettatore che rende il film un po’ un ibrido. Non comico demenziale puro (non ci sono veri eccessi, e non si ride tantissimo), per un pubblico che ama questo genere e le sue risate “di pancia”; ma nemmeno solo commedia “seria”, per pubblico “alto”. Il cuore del film però è molto bello, per quanto semplice: questi due coniugi (interpretati dagli ottimi Mark Wahlberg e Rose Byrne) rischiano di mandare all’aria un equilibrio facile, di coppia che lavora e sta bene insieme, per aprire la propria casa a tre piccoli/giovani sconosciuti, con un passato doloroso alle spalle (e vedere alcuni aspetti della situazione americana è davvero inquietante, come la terribile “fiera” dell’adozione (non sappiamo se siano davvero così, certo esistono davvero incontri in cui “senza famiglia” ormai grandicelli devono mostrarsi, piacere, farsi scegliere… E a volte dopo qualche anno vengono “restituiti” perché l’adozione non funziona). Ellie e Pete, dopo il primo entusiasmo, quando stanno per cambiare idea, tornano di nuovo sui propri per “colpa” dei parenti che li consideravano folli. E allora decidono di provarci: ma è una scelta di generosità puramente reattiva (ma sì, ce la faremo…), che evidentemente non basterà. Errori e sconfitte non mancheranno per marito e moglie. Poi, pian piano, anche le soddisfazioni (quando i due piccoli iniziano a chiamarli, a fatica, papà e mamma). Ma la “vera” madre? Una volta “pulita”, non ha diritto a riprenderli? E non solo perché la legge dice così: anche loro non sanno più cosa pensare. Di sicuro, hanno una gran paura di soffrire tantissimo a vederli andar via.

Il film come detto si concentra sul rapporto con Lizzy (molto brava la giovane Isabela Moner, vista in Soldado), che si ribella sempre e comunque ma li aiuta con i fratelli piccoli, che si procura e li procura guai ma a volte li difende quando fanno gravi errori, che per un genitore affidatario possono costare la revoca dell’affido. Sul personaggio di questa ragazza, sui rifiuti accumulati e sulle delusioni avute dalla madre, non è difficile intenerirsi. Non mancano gli spunti comici, a partire dal gruppo di sostegno molto sopra le righe, in cui ci sono vari tipi di famiglia in attesa di affido o adozione: coppie bianche, coppie bianco-nere, coppie di integralisti cristiani, coppie omosessuali, perfino una single salutista (la vera macchietta) che vuole adottare un afroamericano con doti atletiche per avere un futuro campione… Molto divertenti le due assistenti, disegnate con divertita classe da Octavia Spencer e dalla comica tv Tig Notaro (a volte impassibile come una Buster Keaton al femminile).

Il film non è certo raffinato ma diverte – a tratti parecchio – senza volgarità; e anche qualche scena sopra le righe (come l’irruzione nella scuola di Lizzy, quando scoprono che qualcuno le sta mandando e chiedendo immagini hard) è abbastanza esilarante, senza sbracare mai. Divertono anche le due nonne Julie Hagerty (ve la ricordate come giovane hostess in L’aereo più pazzo del mondo?) e Margo Martindale; e nel finale c’è spazio per un piccolo, strepitoso cameo della grande Joan Cusack. Ma Instant Family ha soprattutto il merito di parlare di genitori e di famiglia in modo semplice e universale: l’affido è un tema originale, di cui si parla poco, ed è descritto con credibilità – soprattutto nel sentimento di sentirsi respinti, e nel desiderio di essere amati – anche perché Sean Anders ha raccontato la sua storia, di quando adottò con la moglie tre figli (e a giudicare dai titoli di coda deve aver raccolto tante altre storie, oltre alle relative foto); ma è ancor più raro trovare questo tema in una commedia. Eppure il film va oltre, e racconta la famiglia e il rapporto genitori/figli (e qui vale per tutti, genitori che adottano o no) con un acume e una sensibilità che può far scattare in più punti la commozione e l’immedesimazione: perché quelle fatiche, con i figli, le hanno provate tutti, magari in modi e tempi diversi. Ma che la bellezza di diventare genitori non sia esente da tensioni, sbagli e piccole tragedie familiari è esperienza di tanti. Un percorso che ogni tanto sembra un sentiero di guerra, e che invece può rivelarsi meraviglioso.

Antonio Autieri