In ordine di sparizione

In ordine di sparizione

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,Per vendicare la morte del figlio, il pacifico Nils decide di eliminare i responsabili, ma dà involontariamente inizio a una faida tra spacciatori norvegesi e serbi.,

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Infinite distese di neve su per le montagne della Norvegia, insuperabili se non grazie all’opera degli spazzaneve… Bestioni come quelli che guida Nils (Stellan Skarsgard, in un inedito ruolo da eroe taciturno) per tenere libero un passo, attività solitaria e meritoria che gli ha guadagnato il titolo di cittadino dell’anno. Lui, svedese in terra norvegese (e per questo, non senza ironia, definito un perfetto esempio di immigrato integrato…), parrebbe proprio la più pacifica delle persone, non fosse che suo figlio viene trovato morto su una panchina in città. Dicono che sia overdose, ma Nils non è convinto e, scoperto che in realtà il ragazzo è stato vittima di una gang di spacciatori guidati dal crudele e nevrotico “Conte” (ottima interpretazione di Pal Sverre Hagen, che evita con signorilità di cadere nella semplice caricatura), decide di vendicarsi mettendosi alla caccia dei colpevoli a partire da un labile indizio. La scomparsa, uno dopo l’altro, dei membri della sua gang provoca però la reazione del Conte, che proprio non riesce a immaginare che quella scia di morti possa essere attribuita a un uomo qualunque come Nils, che da parte sua con il suo operato finisce per trovarsi solo, abbandonato da una moglie che non capisce cosa stia combinando… Ma intanto le pedine sono state mosse e la ritorsione del Conte (che si immagina attaccato da una rivale banda di spacciatori serbi, guidata con pugno di ferro da un monumentale Bruno Ganz), andando a colpire un altro legame di sangue dà il via una faida che lascerà sul campo un bel mucchio di cadaveri. Cadaveri che il film conteggia uno a uno (è proprio quello l’ordine di sparizione) con tanto di croce etnicamente corretta (classica per i norvegesi, ortodossa per i serbi, una stella di David per l’insospettabile ebreo e così via fino al simbolo della società umanista degli atei…), un tocco di nera ironia che però, con il suo effetto grottesco e inappropriato, è parte della riflessione sulla violenza, niente affatto banale, che il regista Moland porta avanti con questa pellicola.

Un film duro, ma dal ritmo incalzante, impreziosito da una serie di dialoghi tra criminali da far invidia a quelli firmati da Tarantino (uno tra tutti quello che collega in modo inderogabile il welfare state ai Paesi, come la Norvegia, non benedetti dal sole e dal bel tempo…), oltre che da una divertente e divertita rappresentazione del microcosmo scandinavo, dove i poliziotti sono impreparati di fronte a un cadavere di un uomo torturato, ma in compenso anche un bidello è pronto a vendere informazioni al gangster più spietato… Il territorio in cui Hans Petter Moland si muove, con assoluta padronanza di stile, è chiaramente quello in cui il gangster movie sconfina nella commedia nera, a cui le location scandinave (tra montagne coperte di neve e di nebbia, città ipermoderne ma anonime e case superaccessoriate) danno un tocco particolare, trovando una chiave originale e riuscitissima per un confronto (all’ultimo sangue) tra la realtà di un paese civilizzato e l’irrompere degli istinti più elementari di fronte a una perdita e a un’ingiustizia. Il protagonista, Nils, infatti, è un uomo comune che viene colpito negli affetti più cari, cerca giustizia e non trovandola reagisce entrando in un mondo dove tutti ragionano in termini di violenza: una sorta di western in cui si genera un’escalation inarrestabile.

La logica che muove Nils è quella di una vendetta cieca (che non a caso ben presto lo allontana dalla moglie e che solo l’incontro con un innocente potrà fermare), un sentimento che il regista presenta in modo solo apparentemente neutro; e l’oggettiva verve comica del racconto non nasconde affatto che il mondo in cui entra Nils è popolato di persone che riescono a vedere l’altro solo come un nemico totalmente de-umanizzato e pertanto eliminabile senza un filo di rimorso. L’approccio di Moland (già in parte presente nel suo precedente lavoro, inedito in Italia, A somewhat gentle man) e del suo sceneggiatore non è quello di chi si compiace della messa in scena della violenza; l’ambizione, dichiarata, è di esplorare la reazione dell’essere umano a certe circostanze, che si intreccia con il dilemma, molto vivo nella società norvegese e qui riletto in chiave estrema e paradossale, del confronto con l’altro da accogliere o rifiutare come fa il paranoico Conte. L’equilibrio sottile dell’operazione, riuscita pur se riservata ovviamente a un pubblico maturo, è possibile anche grazie alla bravura dell’intero cast (ogni personaggio riesce ad essere a suo modo indimenticabile), a partire da Skarsgard nella parte dell’uomo tranquillo che fa delle distese innevate e del fido spazzaneve la sua arma segreta. Il pot pourri linguistico (norvegese, svedese, danese, e poi serbo e inglese), che purtroppo andrà perso nella versione italiana, è un’altra, riuscita chiave del film, perché potenzia i fraintendimenti e le differenze culturali facendo esplodere i conflitti del film.

Luisa Cotta Ramosino

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