In guerra per amore

In guerra per amore

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Un soldato di origini italiane sbarca con l’esercito americano in Sicilia, per chiedere al padre della sua innamorata la mano di sua figlia.

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Alla fine della seconda guerra mondiale, un giovane soldato americano sta in attesa davanti alla Casa Bianca, sperando di poter consegnare una busta al presidente Roosevelt. In quella busta c’è una lettera che spiega gli oscuri episodi dello sbarco nordamericano in Sicilia, durante il conflitto, e le sue possibili conseguenze future. Poi la storia fa un passo indietro, e vediamo quel giovane italoamericano, Arturo Giammarresi, a New York innamorato della bella Flora, anch’essa di origini siciliane. Lei, che vive con lo zio, è però promessa dal parente al figlio di un boss mafioso che lo può agevolare negli affari. Come possono i due innamorati coronare il loro sogno d’amore? Se Arturo va dal padre di lei, rimasto a vivere in Sicilia: dove però c’è la seconda guerra mondiale in corso. Dopo il primo smarrimento, Arturo decide di arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti che progetta lo sbarco nell’isola, in modo da poter cercare il padre di Flora e ottenere la sua mano. Quando sarà lì, però, si troverà in mezzo a una storia più grande di lui, con mafiosi che offrono agli yankee una mano per facilitare la presa dell’isola e la rotta dei nazifascisti, ufficiali integerrimi che ci vogliono vedere chiaro e una popolazione spaventata dalle bombe che spera in un futuro migliore (e c’è ancora chi crede nel Duce).

Il secondo film da regista e mattatore di Pierfrancesco Diliberto in arte Pif, dopo il fortunato esordio di La mafia uccide solo d’estate, da un lato recupera quel mélange di commedia e dramma e di vicende personali sullo sfondo di questioni storiche più grandi del protagonista che fecero la fortuna dell’esordio, dall’altro guarda a grandi modelli del passato. Un po’ il cinema di Ettore Scola – cui il film è dedicato – e di altri autori della commedia all’italiana dei tempi d’oro, che collocava piccoli uomini nelle grandi tragedie della storia; parecchio il Benigni de La vita è bella (c’è anche una “traduzione” surreale, per salvare due poveracci condannati a morte con esagerata crudeltà), ma anche quel Forrest Gump che riecheggiava già nel suo primo film, con il piccolo Arturo Giammaresi (stesso nome del protagonista del nuovo film, quasi fosse un suo nonno?). Ma gli omaggi fioccano, come alcune scene che sono calchi di grandi fotografie del reporter di guerra Robert Capa.

Il problema è che il cinema è fatto di equilibri misteriosi, in cui la somma di alcuni elementi può dare certi risultati, e poi ricombinati in modi differenti il suo esatto contrario. Stavolta, per capirci, il miracolo della “leggerezza profonda” del debutto – che pure non era esente da difetti, né sul piano della fattura né su quello di uno sguardo abbastanza semplificatorio – non si ripete. Se la scelta del tema – il patto scellerato tra Stati Uniti e mafia siciliana per non avere complicazioni nel delicato sbarco in Italia meridionale in un momento cruciale della guerra – poteva essere interessante, anche nei suoi risvolti paradossali e grotteschi, è la misura che manca stavolta a Pif. Che ha grandi mezzi e li usa tutti dal punto di vista tecnico (fotografia, costumi, buoni attori anche in ruoli minori) ma diverte molto meno: le situazioni più felici sono state bruciate dal trailer circolato parecchio prima dell’uscita, a parte il tormentone del selfie ante litteram (che però alla lunga stufa), e qualche situazione proposta dall’accoppiata del cieco che sente le bombe e dello zoppo suo amico.

Non solo: spesso il film irrita per banalità e luoghi comuni a ripetizione o eccesso di candore (la canzone dell’asino che vola) e gag buffonesche (le statue del Duce e della Madonna “in gara” insieme ai loro proprietari per chi arriva prima al rifugio antiaereo), e finisce pure per annoiare per mancanza di agilità e di ritmo. Mentre Pif, come attore, mostra tutti i suoi limiti che una storia contemporanea rendeva più accettabili rispetto a un film “in costume” sulla tragedia della guerra; in confronto, un buon attore come Andrea Di Stefano (diventato di recente anche regista, con Escobar) diventa un gigante, pur se con un ruolo tutto sommato solo abbozzato. Se poi il “messaggio” voleva andare maggiormente a segno, piuttosto di un finale livido con il comizio di un mafioso anticomunista con toni quasi horror (e parole che strizzano l’occhio all’attualità, come “presentabili”) serviva una scrittura “in levare”, più amara che urlata. Anche perché se davvero ci sono fonti storiche “inattaccabili” come il rapporto Scotten citato sui titoli di coda (ma nel film non mancano gli errori: come gli elicotteri, mai utilizzati dagli americani durante la seconda guerra mondiale), serviva ben altra qualità per supportare le ambizioni di una tale denuncia. Insomma, per Pif non è buona la seconda. Anche se la sua energia e la sua voglia di fare un cinema originale e importante fanno sperare che ci siano altre, più propizie occasioni.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...