Il villaggio di cartone

Il villaggio di cartone

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Una chiesa svuotata di arredi sacri e invasa dalle ruspe. Un prete deluso e stanco. E un gruppo di immigrati clandestini che riportano in vita il luogo di culto

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Il nuovo film di Ermanno Olmi comincia con un’immagine forte: in una chiesa entrano in azione ruspe che mettono da parte le panche, mentre operai guidati da un uomo – sembra un capocantiere, in realtà è il sacrestano: prima stranezza… – portano via statue e arredi sacri, e un grande crocifisso viene impacchettato senza riguardo. Il vecchio prete (Michael Lonsdale, ancora nei panni di un religioso dopo il commovente padre Luc di Uomini di Dio) vorrebbe ribellarsi alla “chiusura” della sua chiesa, destinata a essere sconsacrata (ma i motivi rimangono oscuri). Ma al tempo stesso l’arrogante protervia in atto contro il luogo di culto lo conducono in uno sconforto profondo, in un dubbio che arriva a lambire la perdita della fede. Ma quando un gruppo di immigrati clandestini entra di nascosto nella chiesa e inizia a popolarla, con tanto di cartoni a mo’ di tende, la chiesa comincia a rivivere. E mentre anche tra i clandestini emergono tensioni – e anche qualche tentazione di violenza da parte di alcuni che chiedono di passare ad atti di terrorismo contro l’Occidente – il sacerdote si rianima e ritrova fiducia. Ma altre tensioni e soprusi sono dietro l’angolo…

Alcuni anni fa il gran “maestro” ottantenne del cinema italiano aveva annunciato il suo ritiro dal cinema di finzione, per dedicarsi solo a documentari: ora ci ha ripensato, e il film scelto per il suo ritorno punta alla sobrietà e semplicità narrativa, anche grazie al consueto mix tra professionisti e attori dilettanti (quasi tutti i clandestini). In realtà, ahinoi, Il villaggio di cartone è un apologo modesto e sciatto, che solo il rispetto per la carriera di Olmi fa un po’ trattenere nello stigmatizzare in tutti i suoi difetti. A dir la verità, in una filmografia luminosa con vette come Il tempo si è fermato, Il posto, I fidanzati, L’albero degli zoccoli, La leggenda del santo bevitore e Il mestiere delle armi, ci sono stati anche i passi falsi, dove prevalevano difetti collegati a una cura non sempre ottimale della recitazione e dei dettagli narrativi: si pensi al pur premiato Lunga vita alla signora o a Il segreto del bosco vecchio, e soprattutto al recente Centochiodi. Difetti acuiti negli ultimi anni da un sentenziosità da “irato profeta” (per chi ricorda il personaggio di Quinto potere) mischiata a mediocrità di confezione: un mix che, sia detto con rispetto, ricorda a tratti i peggiori film di Renzo Martinelli… Piange il cuore a vedere un tema e uno spunto interessanti – il tema è quello, molto d’attualità, dell’accoglienza dell’altro, del lontano – buttati via, tra punti di partenza incomprensibili (la chiesa viene “chiusa” perché non ci va più nessuno? O per quale altro motivo?), incongruenze, attori al di sotto del giustificabile, personaggi misteriosi e mal rappresentati (compare un terrorista, e non si capisce inizialmente se sia un giovane uomo, una donna, un ragazzino…) o fuori luogo (il sacrestano “traditore”, il capo della pattuglia della polizia, armata fino ai denti, fintamente rispettoso ma minaccioso). Senza contare dettagli tecnici che non aiutano, come il doppiaggio di un irriconoscibile Rutger Hauer (il sacrestano), per un personaggio che dovrebbe essere di mezza età ma con la voce dell’ottuagenario Omero Antonutti.

A Olmi arride un’insolita simpatia critica e giornalistica, anche da parte di chi – è lui stesso a raccontarlo spesso, anche di questi tempi – decenni fa lo isolava per le sue posizioni non allineate politicamente. Sarà forse per i suoi strali da banale profeta contro la Chiesa attuale che non si notano le debolezze cinematografiche di un’opera che vorrebbe essere di grande respiro umano ma che risulta asfittica come la location (il film è girato in due interni), con personaggi solo abbozzati che sono in realtà simboli (e quindi astratti e ideologici) e non persone. Legittimo per Olmi continuare su un percorso di allontanamento dalla fede cattolica, isolando Cristo “uomo” dalla Chiesa cattolica (mah…) e sostenendo con il suo sacerdote che «per fare il Bene non serve la Fede, il Bene è più della Fede» (ma senza la Fede, tanti cristiani non sarebbero stati capaci di fare il Bene che hanno fatto e che fanno). Meno legittimo, pensando agli spettatori, farlo con una povertà narrativa (quante lentezze…), estetica e di argomenti che lascia l’amaro in bocca.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...