Il viaggio di Yao

Il viaggio di Yao

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Arrivato a Dakar per incontrare il suo idolo, un attore francese di origine senegalese, il giovane Yao riprende la strada per tornare al suo villaggio insieme a lui

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Yao è un bambino che vive in un piccolo villaggio del Senegal. Ama i libri e le avventure. Un giorno parte per Dakar alla ricerca del suo mito, Seydou Tall, attore francese di grande successo in visita in Senegal, suo paese originario, per presentare la sua autobiografia. Seydou conosce Yao e, colpito dal carattere del bambino, decide di riaccompagnarlo a casa. Il viaggio, pieno di rocambolesche avventure e situazioni divertenti, sarà per l’attore un ritorno alle sue radici.

La trama del film fa capire chiaramente che quello raccontato da Philippe Godeau al suo terzo film è un doppio viaggio: c’è quello di Yao (molto promettente ed espressivo il giovane Lionel Louis Basse) che percorre circa 400 km per andare a incontrare il suo idolo, ma c’è soprattutto il viaggio di Seydou (Omar Sy) che attraversa il Senegal alla riscoperta delle proprie radici. C’è molto di autobiografico in questo film; il padre di Sy è originario proprio del Senegal e a lui è dedicato Il viaggio di Yao. Inoltre, lo stesso Omar Sy è uno dei produttori del film, a dimostrazione di quanto tenesse al progetto. Il racconto, con il pretesto del ritorno a casa di Yao, offre l’occasione a Seydou (e quindi allo spettatore che ne segue il viaggio) di conoscere il Senegal, i suoi paesaggi, i colori e la disponibilità del suo popolo.

Tutto scorre in modo molto lineare e senza particolari sorprese (forse è questo un limite del film) ma quello di Godeau è un film sincero che non vuole andare oltre a quanto promette fin dal trailer. Sy è un attore molto popolare a livello internazionale; dopo il successo di Quasi amici è conosciuto ovunque. Ma una volta sbarcato a Dakar, il suo personaggio – come gli dice argutamente Yao – diventa anche lui un Bounty: ovvero un nero fuori ma bianco dentro. Come se non avesse un’identità precisa. Ecco perché il viaggio di Seydou è quello di Sy stesso che alla fine del percorso forse si è tolto un po’ di quel bianco che ha dentro di sé. L’immagine che emerge del Senegal è piuttosto idealizzata e ci sono scene tirate un po’ in lungo come l’intermezzo dell’incontro tra Seyou, Yao e la cantante Gloria (Fatoumata Diawara): E se qualcuno lo troverà un racconto troppo scontato, altri usciranno dalla visione con un senso di leggerezza perché, in fondo, hanno assistito a una fiaba gentile.

Aldo Artosin