Il tuttofare

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Un giovane praticante di uno studio legale è in realtà a totale servizio di uno spregiudicato penalista e professore universitario

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Il film inizia con un giovane che viene malmenato da criminali su una spiaggia, ma lui appare sardonico e sicuro di sé nel rivolgersi a chi gli punta la pistola contro: ma quello gli spara contro… Quel ragazzo è dunque morto? E racconta in prima persona la vicenda successiva, in flashback, da defunto? Qualcosa ci fa subito pensare che non sia così, il tono è subito ridanciano e sopra le righe (e oltre tutto il protagonista parla “in macchina” mentre commenta alcune scene…). Quel ragazzo è Antonio Bonocore, praticante in uno studio legale come tanti altri potenziali avvocati: lui è il più bravo tra loro e viene preso in simpatia da Salvatore “Toti” Bellastella, principe del foro (è il numero uno tra i penalisti) e docente di diritto penale all’Università la Sapienza. Bellastella fa promesse ad Antonio (di cui non ricorda mai correttamente il nome), e intanto lo sfrutta in tutti i modi facendogli fare davvero il tuttofare: la spesa, e poi l’autista, il cuoco personale e mille piccoli favori. A un certo punto, gliene chiede uno bello grosso: sposare la sua amante argentina per farle avere la cittadinanza italiana, all’insaputa ovviamente della moglie che tiene i cordoni della borsa e dello studio legale. Antonio non sa cosa fare, ma l’avvocato sembra convincente e inizia finalmente a fargli vedere i soldi veri, e tanti. Ma durerà? E potrà fare poi davvero l’avvocato come merita, magari con un regolare contratto dopo aver superato brillantemente l’esame? O si imporrà la moglie arpia? Poi ci sarebbero le strane frequentazioni poco pulite di Bellastella a preoccuparlo, ma solo un po’: quel suo mentore è così sicuro di sé…

Sergio Castellitto è quasi perfetto, come altre volte, nella parte del gaglioffo in fondo simpatico. Un uomo che ciancia di merito ma porta avanti le peggio pratiche clientelari (offre favori e ne chiede di continuo), sfruttando giovani disperati alla sua mercé e distribuendo a caso promozioni o bocciature agli esami. Il problema è che il neo regista Valerio Attanasio lascia all’attore le briglie sciolte, e per un cavallo di razza non è mai un bene; si rischia di sbracare e gigioneggiare senza ritegno. Accanto a lui il giovane Gugliemo Poggi (classe 1991), già apprezzato per piccoli ruoli tra cui in Smetto quando voglio (di cui Attanasio era sceneggiatore). Come protagonista però è un po’ fragile, e non lo aiuta una sceneggiatura – scritta da solo – pienissima di parole più che di battute folgoranti; e queste, quasi sempre affidate ai big, Castellitto ed Elena Sofia Ricci nella parte della moglie (molto brava ed efficace).Gli altri comprimari non aggiungono molto, a causa anche di personaggi quasi sempre debolissimi (che senso ha, allora, metterne in scena così tanti?).

Ma il punto debole è la storia, che dopo una prima parte con alcuni spunti gustosi prosegue affastellata di siparietti male abbozzati e colpi di scena sempre meno credibili (il vertice è il mafioso, macchietta fin dall’inizio, costretto a cambiare sesso come strategia difensiva), che portano il povero Antonio sempre più nei guai, fino alla famosa spiaggia dell’inizio e a quel colpo di pistola. Il tuttofare poteva inserirsi in quel filone di commedie sul precariato, da Generazione mille euro al già citato Smetto quando voglio (che ne è sicuramente  l’esempio migliore), con varianti interessanti sul cinismo dei “baroni” e delle classi privilegiate. Nel solco della migliore commedia all’italiana, di cui Castellitto sembra ripercorre – con la sua prova e le sue doti – le orme di grandi come Vittorio Gassman, Alberto Sordi o Ugo Tognazzi. Un «romanzo di formazione comico sull’ingresso di un giovane nel mondo del lavoro», come scrive Attanasio nelle note di regia sui materiali stampa.

Invece , il regista debuttante punta così tanto su stranezze, episodi sopra le righe e gag tanto scatenate quanto sempre meno divertenti e, appunto, credibili con il passare dei minuti, da far perdere ogni equilibrio possibile al film. A quel punto può succedere di tutto, tanto non gli crediamo più (e infatti certi colpi di scena, come la malattia improvvisa dell’avvocato, non ingannano nessuno). Davvero un peccato, un’altra occasione persa per far ridere – anche di più di quanto non avvenga qui, davvero poco nella seconda parte del film – e anche “castigare i costumi”. Come appunto riusciva a fare, benissimo, il primo Smetto quando voglio che si deve anche alla penna di Attanasio. Un po’ di indulgenza se la conquista giusto perché è all’esordio. E perché le doti di scrittura comunque le ha e tutto sommato anche di regia: speriamo le usi meglio nelle prossime occasioni.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...