Il tuo ultimo sguardo

Il tuo ultimo sguardo

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Due medici di un’organizzazione umanitaria si trovano, nel caos africano, a prendere decisioni drammatiche che influenzeranno le loro vite e il loro rapporto.

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Presentato a Cannes nel 2016 (non senza suscitare pesanti ironie da parte della critica internazionale presente), Il tuo ultimo sguardo fa purtroppo dimenticare che Sean Penn è il regista di Into the Wild, un film che lasciava ben sperare sul futuro anche dietro la macchina da presa di questo grande attore. Girato tra Africa, Europa e America, il film è la storia della dottoressa Wren (Charlize Theron), erede di una ONG fondata dal padre e occupata nel salvataggio dei più deboli durante la guerra civile in Liberia. Lì incontra Miguel (Javier Bardem), un medico spagnolo affascinante e disincantato, abituato agli orrori della guerra, tanto coinvolto nelle cure ai feriti quanto superficiale nei rapporti umani. Il rapporto tra i due diventa subito romantico, ma la loro storia procede per alti e bassi, da quel che si intuisce dai continui flashback con cui il film inizia e procede per quasi mezz’ora.

A questo punto il film assume un aspetto più regolarmente cronologico, seguendo i protagonisti e altri medici della squadra (Jean Reno e Jared Harris) attraverso rischi e pericoli in Africa. Violenza, massacri, stupri sono mostrati con lo scopo di scuotere e sensibilizzare chi guarda, anche se è evidente la mancanza di una qualsiasi analisi di quel che sta succedendo, se non qualche banale frase di generiche accuse all’Europa e all’America, mischiate ad enfatiche riprese della natura africana (un’ispirazione mutuata di certo dalla presenza di Penn in The Tree of Life). Una mancanza di profondità che si riflette anche nel leitmotiv che ricorre nel film, un ispirato discorso che la Theron rivolge in occasione della commemorazione del padre, a base delle solite frasi fatte sull’importanza di avere dei sogni. La realtà di certo è differente, ma la rappresentazione che ne fa Sean Penn non va oltre una brutalità delle immagini inutile e volgare, specie quando fa solo da sfondo a personaggi bianchi stereotipati (in Africa si riconoscono tutti dalla camicia di lino senza macchia e dalle maniche rimboccate). La sensazione che si stiano sprecando i talenti di un gruppo di attori straordinari continua per tutto il tempo della storia, i cui dialoghi da soap opera, la superficialità dei personaggi, la loro tendenza a giustificare a tutti i costi i loro comportamenti ora gelidi, ora isterici, rendono Il tuo ultimo sguardo uno spettacolo faticoso da sopportare e che certo non contribuisce a una maggiore coscienza dello spettatore.

Beppe Musicco

 

 

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