Il signor Diavolo

Il signor Diavolo

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Nel Veneto di inizio anni 50, un adolescente è sotto processo per l’omicidio di un ragazzo considerato indemoniato

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L’inizio dà subito il tono a un horror che più gotico non si potrebbe: vediamo una culla e un neonato, poi un ragazzo che entra nella stanza e divora la creatura… Vampirismo? Leggenda? Quell’oscura morte ne causò poi un’altra, perché quel ragazzo dalla dentatura minacciosa considerato dal paese – nel Veneto di inizio anni 50 – un indemoniato fu in seguito ucciso da un adolescente, che forse voleva liberare la comunità da un Diavolo. E vendicare la morte di un amico, causata a suo dire dal “diabolico” ragazzo, oltre tutto protetto da una potente madre. A calarsi in questa intricata vicenda è chiamato un giovane ispettore ministeriale, il candido Furio Momenté, che parte per Venezia inviato da un superiore che deve mettere a tacere lo scandalo, che potrebbe nuocere al partito cattolico al governo, tra perdita del sostegno della ricca signora e coinvolgimento di uomini di Chiesa.

Davvero intricata la vicenda raccontata da Pupi Avati, che a 80 anni suonati torna alle amate atmosfere horror – quasi un contrappeso delle più numerose storie nostalgiche e sentimentali – ma con meno efficacia dei tempi di film del passato come La casa dalle finestre che ridono (1976) e di L’arcano incantatore (1996). I volti sono giusti, a cominciare dal funzionario ministeriale Furio Momenté interpretato da Gabriel Lo Giudice e dal giovanissimo Filippo Franchini, ma funzionano bene anche i veterani Lino Capolicchio e Gianni Cavina e un’inquietante Chiara Caselli, e tanti comprimari e comparse. Anche i luoghi sono ben caratterizzati, e la fotografia di Cesare Bastelli è livida quanto serve per suscitare tensione e brividi di terrore. Tra ostie vilipese, superstizioni contadine, deformità, immagini raccapriccianti e sguardi ambigui, poi, la storia ha tutto per essere quello che voleva l’autore, che trae la sulfurea vicenda dal suo omonimo romanzo (ma con un finale ancora più angosciante).

Però in Il signor diavolo qualcosa non funziona, tra incongruenze (la morte del padre dell’accusato) e qualche lentezza, costruzione parecchio artefatta e manierata (si sente che l’horror è lontano da tempo non solo da Avati, ma dal nostro cinema “autoriale”), con una “chiusa” che dovrebbe essere rivelatrice e sembra solo ad effetto. La mano del regista è fuori discussione, anzi più felice che nelle ultime prove cinematografiche (Un ragazzo d’oro è del 2014, nel frattempo Avati era rimasto “bloccato” e si era dedicato – suo malgrado – a opere televisive). Ma il narratore, a nostro parere, ha narrato qualcosa che difficilmente ricorderemo.

Antonio Autieri