Il segreto di una famiglia

Il segreto di una famiglia

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Tra segreti e bugie, verità nascoste e rancori si consumano i drammi di una famiglia che si ritrova nella tenuta di campagna, in seguito all’ictus del padre

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Eugenia (Bérénice Bejo) fa ritorno in Argentina quando il padre, anziano notaio, ha un ictus e finisce in coma. Qui riabbraccia la sorella Mia e la madre Esmeralda. Le donne si ritrovano a La Quietud, grande tenuta di famiglia immersa nel verde. L’occasione, seppur nella sua drammaticità, le mette nella condizione di dover fare i conti con il passato della famiglia, arricchita grazie ad affari sporchi e alla collaborazione con la dittatura, e con il presente, complicato non solo dal legame insano e morboso che le due sorelle hanno sviluppato negli anni, ma anche dai rapporti sentimentali con gli uomini che le circondano e dalla differente relazione che hanno con la madre, che nutre un forte amore nei confronti della prima e un grande odio nei confronti della seconda.

Pur con alcuni elementi che ricorrono, vedendo il nuovo film di Pablo Trapero, presentato Fuori Concorso durante la 75esima Mostra del Cinema di Venezia, i tempi del Leone d’Argento del 2015, ricevuto per l’imperdibile Il Clan, sembrano già un ricordo lontano. Tra segreti e bugie, verità nascoste o taciute, risentimenti, rancori, il regista argentino prova a ricreare le atmosfere del film precedente, a cominciare dal contesto narrativo che pone al centro di tutta la vicenda una famiglia che sconta sulla coscienza il peso delle scelte sbagliate di padri e madri ancora una volta collusi con la dittatura 

Dietro l’apparente tranquillità, la “quiete” di quella immensa tenuta dove tutto sembra calmo e misurato, si consumano in realtà i drammi di personalità disagiate e logorate dall’odio che arrivano a toccare da un punto di vista narrativo punte di fastidiose esagerazione. Pur conservando una buona tecnica stilistica, Trapero eccede in una narrazione disarticolata e caricata da troppi e inutili colpi di scena, immagini di sesso gratuite e scelte finali che vogliono furbescamente strizzare l’occhio a tempi (e temi) attuali o semplicemente stuzzicare l’attitudine più prettamente voyeuristica di chi ormai pensa che basti infarcire una narrazione con un paio di scontati cliché per darle un senso più ampio. Tutto questo per sottolineare qualcosa che in fondo è evidente fin dall’inizio: il legame assurdo di amore e odio tra due donne dalle psicologie disturbate. Più interessato a suscitare scandalo che a raccontare una vera storia, il regista lascia nello spettatore un forte senso di disagio e delusione. 

Marianna Ninni