Il regno d’inverno

Il regno d’inverno

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Nei pressi di un villaggio isolato in Cappadocia, si consumano le tensioni tra il gestore di un albergo e alcune persone che lo circondano.

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Una distesa di sterpaglie e rocce appuntite dalle sfumature color ocra è il paesaggio suggestivo che ospita l’hotel di cui è proprietario Aydin, (anti)eroe della storia. Verso l’albergo, lontano chilometri dal centro abitato, confluiscono non solo i turisti più intraprendenti, ma anche tutte le vicende locali che in qualche modo fanno capo ad Aydin, sorta di “signorotto” della zona. L’agiatezza dell’albergatore lo rende infatti un punto di riferimento obbligato per gli abitanti del villaggio, in particolare gli inquilini delle case di cui è locatario, che a stento sostengono le spese dell’affitto e vivono nei suoi confronti una sudditanza forzata.

Come Aydin racconta a un ospite dell’hotel, da tempo ha in cantiere la stesura di una “Storia del teatro turco” e ricorda con nostalgia il suo passato di attore (o, come preferisce dire lui, “teatrante”). Nel tempo libero, inoltre, si diletta nella scrittura di articoli di costume per un giornale locale, coi quali soddisfa il suo ego attribuendosi il ruolo di mâitre a penser; anche nella vita di tutti i giorni, in virtù di una presunta superiorità intellettuale, si arroga il diritto di sentenziare ed esercitare il proprio dominio sugli altri.

Figure chiave del “piccolo regno” di Aydin sono la giovane moglie Nihal e la sorella Necla, sospese tra la dipendenza economica che inesorabilmente le tiene legate all’uomo e il manifesto disprezzo per il suo spirito accentratore. Nihal occupa il suo tempo dedicandosi a opere di beneficenza, in realtà finanziate dal marito. Necla si è trasferita presso la coppia in seguito a un divorzio doloroso, un trauma che ancora la condiziona e la porta a interrogarsi sul Bene e sul Male.

In modi differenti, i valori del perdono e dell’attenzione agli altri sembrano rappresentare per entrambe le donne un manifesto di vita: presto però, le due sono messe di fronte all’evidenza che il perseguimento di tali valori è soltanto un vano tentativo di emergere rispetto alla figura dispotica di Aydin.In Nihal, in Necla, come in altri personaggi e infine nello stesso Aydin, gradualmente si fa strada la consapevolezza dell’impossibilità di risolvere le proprie frustrazioni, e la loro immagine di attori inesorabilmente ancorati a un ruolo (sociale ed esistenziale) si cristallizza nel rigido inverno. Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2014, il film del regista turco Nuri Bilge Ceylan è una storia paradigmatica, che si propone di indagare l’animo umano in termini di scontro tra sé e concezione di sé.

Alfred Hitchcock disse: «Il dramma è la vita con le parti noiose tagliate». ,Posto che non intendiamo certo uniformare il cinema di Ceylan al modello hollywoodiano, l’illustre citazione ci aiuta a introdurre quello che consideriamo il problema principale de Il regno d’inverno, ovvero la pretesa di narrare secondo i ritmi e le tempistiche della vita reale. L’azione è minima, ridotta all’episodio del contrasto tra Aydin e una famiglia di affittuari e le due o tre vicende ad esso legate. La vera ossatura del film la costituiscono i lunghi dialoghi tra i protagonisti: dissertazioni sul Male e il perdono, rievocazioni di un passato che non tornerà più, riflessioni sull’esistenza, sul valore della carità, sul confronto tra teatro e realtà… I dialoghi dipingono lentamente il quadro delle relazioni tra i personaggi e delle loro frustrazioni, ma una piattezza generale fa apparire questi stessi dialoghi scollegati tra loro e fini a se stessi. Una piattezza che non può essere giustificata dall’intento di rendere ardua la comprensione. Tornando alla citazione di Hitchcock, non si vuole tanto puntare il dito contro la tediosità della narrazione (anche se la tentazione è forte), quanto piuttosto contro l’assenza di un vero montaggio ragionato, che operi una sintesi dell’argomento e intrattenga (nel senso etimologico del termine: tenga presso di sé) lo spettatore.

In una selva di dialoghi/monologhi, ripetuti simbolismi “zoologici” e diversi episodi che a posteriori risultano di scarso interesse nell’economia della narrazione, anche il processo di autocoscienza di Aydin, certamente uno dei temi centrali del film, diventa sfuggente. Così anche il suo confronto finale con Nihal, pur ribadendo nella forma l’incomunicabilità tra i due, non convince e pare quasi una soluzione frettolosa. Incredibilmente, date le tre ore e un quarto di film.

Maria Triberti

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