Il profeta

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La vita in carcere, e l’ascesa nel mondo del crimine, di un giovane arabo.

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C’è poco da fare. Li abbiamo battuti in un Mondiale memorabile e sulla cucina diamo loro filo da torcere. Siamo anche più simpatici. E però sul cinema siamo lontani mille miglia. Basta guardare i film di genere: loro, gli “odiati” cugini ne sfornano a dozzine l’anno e sono prodotti più che dignitosi se non grandi film. Solo nel 2009 sono usciti dei bei polar (che ovviamente da noi non si sono visti nemmeno direttamente in DVD). Qualche titolo: Truands, Le dernier gang, Les liens du sang, Cortex, Secret Defense, Les insoumis, Chrysalis, La Clef e parecchi altri. Registi solidi, attori in gamba e conosciuti anche all’estero come Depardieu, Dussolier, Lhermitte, Magimel, sceneggiature più che decenti sono gli ingredienti fondamentali per un genere di film che in Italia non si riesce o non si vuole più fare.

Il profeta, Gran Prix al Festival di Cannes 2009, non è quindi un fulmine a ciel sereno. Innanzitutto è l’ultimo film di Jacques Audiard, figlio d’arte (suo padre Michel è stato regista e soprattutto sceneggiatore di notevole carriera), regista di film tosti come Tutti i battiti del mio cuore e Sulle mie labbra. Narrazione secca, realismo estremo nelle lunghe claustrofobiche sequenze in carcere, soprattutto una direzione e prima ancora una scelta perfetta del cast. Facce violente, occhi espressivi, e non solo nell’interpretazione impeccabile dei due protagonisti – il profeta del titolo, lo splendido Tahar Rahim/Malik e il suo capo, gangster della gang dei Corsi, Niels Arestrup/Cesar Luciani – ma nell’interpretazione collettiva dei tanti personaggi con cui il giovane Malik viene a che fare. Due ore e mezza tutte d’un fiato, tra brutalità e sogni violenti, per un film che anche da un punto di vista visivo è una sintesi di tanti capolavori del passato: dall’imprescindibile Il buco di Becker alla violenza cruda del Siegel di Fuga da Alcatraz, da tanto cinema di Scorsese ad altrettante pagine del romanziere detenuto per eccellenza, l’indimenticato Edward Bunker. E, certo, anche qualcosina dal recente Il nemico pubblico n° 1 di Richet rispetto al quale il film di Audiard condivide un forte realismo della messinscena e una decisa sobrietà narrativa. Nulla a che vedere quindi con il nostro, amato ma forse già superato Romanzo criminale di Michele Placido. Niente epos, niente tragedia, e di conseguenza nemmeno un’ipotetica catarsi. Solo la brutalità di un mondo, quello carcerario francese e non solo, in cui l’unica regola è la sopravvivenza.

Cupo, sospeso tra le ombre del sospetto e la realtà del sangue, aperto però inaspettatamente a una pur fioca speranza nel finale, Il profeta è un film non perfetto che soffre, singolarmente, degli stessi difetti del film interpretato magistralmente da Vincent Cassel: troppa carne al fuoco, troppi personaggi, troppa materia concentrata in troppo poco tempo. Eppure ci regala almeno due personaggi davvero a tutto tondo, psicologicamente ben approfonditi, il profeta e il suo mentore còrso, personaggi ambigui e sempre sull’orlo della catastrofe che sembra annunciata. Un film che sarebbe da vedere – o rivedere, quando uscirà in dvd – rigorosamente in lingua originale. Anche per scoprire quella lingua insolita ma assai espressiva, un po’ italiano, un po’ catalano che è la lingua còrsa.

Simone Fortunato

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