Il prigioniero coreano

Il prigioniero coreano

- in AL CINEMA, FILM, INTERESSANTE
1861
Commenti disabilitati su Il prigioniero coreano

Un pescatore nordcoreano finisce con la sua barca alla deriva, fino a “sconfinare”. Sarà l’inizio dei suoi problemi, con i “nemici” del Sud e poi in patria

Download PDF

Nam Chul-woo vive modestamente con moglie e figlia in una stamberga e sostiene la famiglia grazie al suo umile lavoro di pescatore, in un piccolo villaggio della Corea del Nord, al confine con gli odiati vicini del Sud. La barca è l’unica cosa di un certo valore che possiede. Quando una mattina le sentinelle, che presidiano le coste del confine marittimo, lo avvisano che le forti correnti vanno verso Sud da un lato non si cura del loro tono minaccioso (non può rinunciare neppure a un giorno di lavoro), dall’altro quando in effetti il motore della piccola imbarcazione finisce in avaria rifiuta di abbandonarla e tornare indietro a nuoto. A rischio che le guardie gli sparino, perché è tradimento anche solo sconfinare involontariamente. E poi di finire appunto nelle mani dei nemici, che lo trattano da spia. Che fare? Confessare colpe che non ha per essere lasciato libero? Oppure, accettare di essere “salvato” dal regime comunista e passare con la Corea libera, ma abbandonando moglie e figlia? Sono loro la sua unica preoccupazione, anche perché Nam di problemi con la dittatura del Nord non sembra averne. Ma il suo incubo non finirà nemmeno con la liberazione – dopo interrogatori, pestaggi, offerte, promesse e disavventure varie – da parte della polizia di Seul. Tornato a casa e accolto come un eroe integerrimo, le cose non saranno più come prima.

Quella del povero Nam (interpretato da Ryoo Seung-Bum, una vera star del cinema sudcoreano) sembra una vicenda simbolica, allucinante e a tratti kafkiana e al tempo stesso una precisa denuncia politica delle storture – diverse ma ugualmente gravi per la dignità della persona – delle due Coree. Quasi un ritorno di Kim Ki-duk ai suoi primi film in cui, mischiati ad altri temi e ossessioni (il sesso come forma di potere, soprattutto), il tema politico faceva talvolta capolino (come in The Coast Guard, 2002). Se la Corea del Nord è grigia e inquietante nell’ottusa esecuzione di ordini (le guardie di confine), nel terrore propagato sui “sudditi” e nella bieca corruzione di chi ha un ruolo di potere, al Sud le cose non vanno meglio per il povero Nam (che peraltro qualche errore lo fa, qua e là):  qui un frustrato e vendicativo poliziotto cerca di farlo crollare con ogni violenza, senza contare lo stile di vita “occidentale” (lo spreco di cibo, la corruzione dei costumi) che lo scandalizza; e se c’è almeno un giovane poliziotto che lo tratta con umanità, non serve a molto nemmeno chiudere gli occhi mentre lo portano in giro per Seul per evitare di diventare, suo malgrado, una spia o anche solo un “infettato” dal capitalismo; o meglio, per ingenerare tale sospetto in chi lo attende in Corea del Nord. Dove – per non avere problemi – non basta arrivare nudi per dimostrare di non aver accettato nemmeno i vestiti del “nemico”, se poi ci si presenta con il motore della barca riparato e un peluche per la figlia.

Il ritratto che Kim Ki-duk – che ha la nazionalità della Corea del Sud ma non fa sconti alla sua “parte” – offre con Il pescatore coreano è di due sistemi molto diversi ma simmetrici nella loro ideologia contrapposta, che mettono sotto i piedi la dignità di una persona (il poliziotto “buono” sudcoreano è sinceramente sconvolto dal fatto che il suo superiore non tenga conto del semplice desiderio dell’uomo di tornare dalla sua famiglia e di non metterla in pericolo con qualsivoglia dichiarazione). Ma seppur ricco di spunti interessanti, il film ha uno stile fin troppo urlato e didascalico, con poche sottigliezze e – come sempre nel suo cinema – con troppe e a volte gratuite violenze (come altri autori connazionali, ma con un compiacimento che in passato è stato anche clamoroso), con una recitazione talvolta rigida soprattutto nei ruoli minori e anche un doppiaggio non eccezionale. Resta comunque un quadro impressionante di un Paese diviso artificiosamente in due e magari destinato prima o poi alla riunificazione (così la pensano da ambo le parti, ma in modalità differenti). E in cui se si finisce sotto la lente di ingrandimento del Potere o anche solo di un suo perfido funzionario le conseguenze possono essere devastanti.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...