Il ponte delle spie

Il ponte delle spie

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A un avvocato americano viene chiesto di fungere da tramite in una negoziazione con i sovietici per uno scambio di prigionieri

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L’attacco è degno dei migliori classici film di spionaggio: un uomo di mezz’età dall’aspetto modesto e dall’espressione imperscrutabile (Mark Rylance) è occupato a dipingere, mentre nella stanza accanto custodisce apparecchiature radio per trasmissioni intercontinentali. È una spia sovietica che vive a Brooklyn, e sulle sue tracce ci sono uomini con cappello, camicia bianca e giornali in mano, che gli salteranno addosso ma non riusciranno a cavargli una parola (la storia è vera). A difenderlo è chiamato James Donovan (Tom Hanks), un avvocato del ramo assicurativo, che i fratelli Coen (coautori della sceneggiatura) ci presentano con squisita malignità, mentre in un dialogo con un altro avvocato mostra la capacità che hanno le assicurazioni di cavillare sulle responsabilità per pagare il meno possibile. Ma Donovan quando prende un impegno è abituato a svolgerlo nel miglior modo possibile, foss’anche difendere una spia russa; anche perché, credendo fermamente nelle basi su cui il paese è fondato, vuole dimostrare la superiorità della democrazia; anche nel trattare i suoi nemici. L’introduzione al clima che si respirava ai tempi è ben mostrato con una serie di sequenze originali, da bambini che recitano la loro fedeltà alla Costituzione a documentari che mostrano come comportarsi in caso di attacco nucleare (un’eventualità che ai tempi era considerata tutt’altro che improbabile). Tutti sono contro Donovan, dal giudice alle gente comune: perché difendere un colpevole? E Spielberg (con una tecnica usata – forse con ancor maggior efficacia – in Munich), nel mostrare la perentorietà con cui la giustizia influenzata dalla politica vuole chiudere i conti, sembra ancora una volta ammonirci su come scelte sbrigative dettate dalla paura abbiano radici magari lontane, ma i cui frutti amari si pagheranno comunque, anche a distanza di decenni.
La storia a questo punto si biforca, quando mostra una pattuglia di piloti militari americani il cui compito è di sorvolare segretamente l’Unione Sovietica per scattare foto. Ma uno di questi verrà abbattuto e fatto prigioniero dai russi. Così Donovan, dopo l’esito scontato per il suo difeso che viene condannato all’ergastolo, viene contattato dal governo perché si rechi a Berlino Est e tratti uno scambio tra la spia russa e il pilota americano. Uno scambio che avverrà sul ponte di Glienicke, confine tra i settori Americano e Sovietico della Berlino ancora occupata dagli alleati, ma appena dopo l’edificazione del muro che divideva l’est e l’ovest della città. Saputo che i tedeschi dell’est detengono anche uno studente americano, Donovan decide di inserire anche lui nella trattativa. Riluttante all’inizio (come molti altri protagonisti dei film di Spielberg), Donovan, interpretato splendidamente da Hanks, capace di dare la giusta enfasi al suo personaggio con uno sguardo, un gesto, una pausa di silenzio che accresce la tensione, ma al tempo stesso mostrare come la moralità dell’individuo sia uno dei pilastri della convivenza civile. Tribunali, stanze d’albergo, uffici, sono gli scenari preferiti di questo film, nel quale le parole devono dimostrare di aver più forza delle pallottole, che incontrarsi e parlare non toglie niente alla propria forza, ma lascia sempre una possibilità. Prima che sia troppo tardi.

Beppe Musicco

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