Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini

Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini

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Maggie ha deciso di avere un figlio per conto suo, ma l’incontro con John, professore di antropologia frustrato e aspirante scrittore, sconvolgerà il suo piano…

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Maggie (Greta Garwig)  ama fare piani; ma si sa che proprio i piani più precisi sono i primi ad andare a rotoli. Così, proprio quando è sul punto di portare a termine la fecondazione artificiale che le permetterà di diventare mamma senza dipendere da una relazione, incontra John (Ethan Hawke), frustrato e infelicemente sposato con una collega più famosa di lui (una stupenda Julianne Moore, che sfoggia un irresistibile accento danese nella versione originale). È con lui che avrà una figlia e formerà una famiglia, ma ovviamente non si tratta del più classico lieto fine. I problemi, infatti, iniziano proprio quando Maggie ha ottenuto ciò che voleva. Che serva un altro dei suoi piani per risolvere la situazione?

Il film che Rebecca Miller trae da un romanzo di successo (A cosa servono gli uomini di Karin Rinaldi) è una descrizione tragicamente reale e al tempo stesso – va detto – notevolmente divertente, dello stato delle relazioni ai tempi non solo e non tanto della fecondazione libera, ma soprattutto di una instabilità affettiva che fa sì che la nostra pur ben intenzionata protagonista stringa e rompa le sue e altrui relazioni nello spazio di pochi mesi/anni… Con una certa onestà si riconosce anche che l’utopia di dirigere la propria vita, stabilendo tempi e modi della propria realizzazione, è per l’appunto tale. «Ho bisogno di un bambino» dichiara Maggie all’inizio e procede a “procurarsene” uno per via artificiale visto che le sue relazioni sono a un punto morto, salvo poi incontrare quello che sembra essere l’uomo della sua vita… Che a sua volta si rivelerà poi un “errore di percorso”.

Le imperfezioni di Maggie, le sue incoerenze, sono presentate con una certa indulgenza, così come intelligentemente lo sono quelle degli altri personaggi, soprattutto la teorica antagonista di Maggie: Georgette, la gelida moglie danese dello scrittore John, oggetto del contendere che in fin dei conti si rivela decisamente meno interessante delle donne che se lo “palleggiano”. In questa confusione sentimentale, va riconosciuta al film una complessità nel creare i suoi personaggi, il che permette di movimentare l’intreccio, e lavorare soprattutto su un’insospettata solidarietà femminile. La reciproca scoperta che Maggie e Georgette fanno l’una dell’altra (e che fanno fare allo spettatore) è ciò che rende particolare un film per certi versi fatto di poco, ma che ha l’indubbio merito di rendere interessanti anche  discorsi accademici e dispute antropologiche.

Ed è così che tra romanzi che non finiscono mai (quello con cui John fa innamorare Maggie, ma che poi finisce per far naufragare il loro rapporto), convegni in alberghi dispersi tra le nevi del Canada, figli, figliastri e famiglie in cerca di un equilibrio, Maggie – che ha la mania del controllo – finisce per capire che la vita e soprattutto le persone sono sempre più complicati di quanto pensiamo. E che rinunciare ai propri piani per farsi sorprendere dalla realtà a volte è la cosa più bella che possa succedere.

Luisa Cotta Ramosino

 

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