Il pescatore di sogni

Il pescatore di sogni

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Uno sceicco vuole importare nei deserti dello Yemen la pesca al salmone e coinvolge un mite esperto inglese razionalista e scettico…

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Non era impresa facile trasformare il bestseller britannico di Paul Torday in un film riuscito: il libro è un mix in delicatissimo equilibrio di commedia alla Jerome Klapka Jerome, satira politica, racconto di sentimenti, ma anche un inaspettato apologo su ragione e fede. Era forse inevitabile che qualcosa di tutto questo si perdesse nel passaggio al grande schermo. Sfortunatamente la sceneggiatura non entusiasmante del già premio Oscar per The Millionaire Simon Beaufoy e la regia stucchevole di Lasse Hallström non offrono agli ottimi interpreti gli strumenti giusti per esprimersi e riducono un’idea che della sua ambiziosa follia faceva la sua forza a una commedia romantica con finale eccessivamente zuccheroso. Se è probabilmente insensato volere a tutti i costi fare confronti tra pagina scritta e immagini, o piangere su ogni personaggio cambiato e storia modificata, in questo caso non si può fare a meno di rimpiangere la banalizzazione del materiale originario.

Peccato anche perché con l’ottimo cast a disposizione il regista avrebbe potuto scegliere vie ben più avventurose o, per restare nella metafora del film, cercare di andare un po’ più controcorrente. E invece… Ewan McGregor nei panni dello scienziato esperto di pesci, dall’umorismo incomprensibile, oppresso da una moglie in carriera che non lo ascolta, ed Emily Blunt in quelli di una pimpante impiegata della City con un fidanzato conosciuto da poco ma già disperso in missione, avevano le carte in regola per ripetere i fasti di certe coppie da screwball comedy d’altri tempi. E invece quasi subito la storia vira nel sentimentale, con pianti, consolazioni e dichiarazioni un po’ fuori luogo. Altro che andare controcorrente, questi rovelli sentimentali tra matrimoni infelici e fidanzati rispuntati in mezzo al deserto, purtroppo finiscono per cadere nei prevedibili cliché del melodramma.

Anche lo spunto non banale del contrasto tra il razionalismo borghese e triste di Alfred e la mistica a volte incomprensibile ma visionaria dello sceicco milionario (che nella pesca con la mosca vede una metafora dell’intrinseca propensione alla fede dell’uomo e la possibilità di un incontro tra culture diverse), non è sfruttato come avrebbe potuto. Lo sceicco parla di miracoli di Dio ma poi a risolvere i problemi vediamo sempre i suoi milioni e Alfred, che osserva con una certa nostalgia gli yemeniti in preghiera riflettendo sul fatto che in Occidente ormai il centro commerciale ha sostituito la messa della domenica, è un convertito troppo facile all’impresa per emozionarci davvero.

I momenti più riusciti (forse proprio perché fortunatamente l’umorismo diventa un po’ più cinico e nero) sono quelli dove a dirigere il gioco è Kristin Scott Thomas, nei panni di Patricia Maxwell, capo ufficio stampa del Primo Ministro che cerca di raddrizzare l’immagine zoppicante della politica britannica in Medio Oriente con storie “positive”. Non importa che si tratti di importare 10.000 salmoni atlantici in un fiume in mezzo al deserto o di lucrare sulle vicissitudini sentimentali di un soldato in missione.

Laura Cotta Ramosino

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