Il passato

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L’iraniano Amhad torna a Parigi per formalizzare il divorzio con la francese Marie, ma resta coinvolto nella complicata situazione familiare della donna…

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L’unica cosa del passato è che non è affatto passato, ma lascia dietro di sé macchie (non a caso è attorno a una macchia su un vestito, capace di scatenare contrasti e violenze inaspettate, che ruota tutto il segreto nascosto di questa storia) e strascichi, conseguenze e legami che non si possono (o non si vogliono) spezzare, neppure con la buona volontà di tutti i coinvolti.

Con questa nuova pellicola, ambientata questa volta in Francia, ma vista attraverso gli occhi di un iraniano (che la Francia ha abbandonato per motivi mai del tutto spiegati nel film), Farhadi prosegue il suo personale discorso cinematografico con una tecnica già sperimentata ne Una separazione, il film che gli ha guadagnato il premio Oscar.

La situazione complicata di Marie, due figlie da precedenti legami (ma nessuno da quello con Amhad) e un nuovo convivente con bambino, lui pure con i suoi problemi alle spalle, si rivela poco a poco sotto gli occhi perplessi anche se partecipi di Anhad molto più drammatica. Quella che inizialmente poteva sembrare la normale aggressività tra una madre e una figlia adolescente, l’inquieta Lucy, diventa il punto di partenza per un mistero intriso di non detti e sensi di colpa.,Il nuovo compagno di Marie, Samir, ha una moglie in coma da mesi dopo aver tentato il suicidio, un evento le cui ragioni sono l’oggetto di progressive scoperte che, come in un complicato puzzle, vanno a comporre una (non) verità sfuggente, drammatica, carica di dolore, in cui tutti sono insieme colpevoli e innocenti, vittime e carnefici e in quanto tali soffrono e non possono evitare di far soffrire.

La visione che ne emerge sarebbe di un desolato pessimismo, se non fosse per l’immensa pietas che il regista (anche sceneggiatore) rivolge a tutti i personaggi, attraverso il suo alter ego spesso impacciato e a sua volta capace di gaffe ed errori, tratteggiandoli con amorosa precisione nei loro continui movimenti, nell’impossibile compito di renderne la complessità. Lo supporta validamente un trio di interpreti eccezionali, Tahir Rahim, già protagonista de Il profeta, qui tutto fascino dolente e rabbia repressa, Bérenice Bejo, incredibilmente non meno bella nella sua versione proletaria e sciupata che in quella anni Venti di The Artist, e Ali Mosaffa, ex marito e riluttante paciere che si muove come un elefante gentile nella cristalleria dei sentimenti di questo mondo di affetti e disaffetti difficile da decifrare.

Il destino gioca brutti scherzi, ciò che è rotto non si può riparare. Certe macchie, per l’appunto, non scompaiono perché nascoste da qualche parte o rimosse lontano, ma agli uomini e alle donne restano (disperati o forse no) capacità e bisogno di amare anche di fronte all’errore, alle ferite e alla distanza. Non importa sia quella tra due continenti, due stanze di una casa o quella apparentemente siderale tra chi è piombato in un sonno forse senza ritorno e chi resta a vegliare.

Laura Cotta Ramosino

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