Il nome del figlio

Il nome del figlio

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Cinque persone a cena, unite da legami familiari e di amicizia. Rapporti che rischiano di disintegrarsi per una semplice domanda…

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Paolo e Simona aspettano un bambino: lui è un agente immobiliare vincente, sempre allegro e sopra le righe, di famiglia agiata; lei è una ragazza di borgata tanto bella quanto poco raffinata che ha “svoltato” con un romanzo di bassa qualità letteraria ma grande successo. Sono attesi a cena a casa di Betta, sorella di Paolo, e del marito Sandro; lei insegnante, lui scrittore e professore universitario. A loro si unisce Claudio, musicista jazz da sempre amico loro. Simona è l’intrusa: gli altri si conoscono fin da ragazzi, ne hanno vissute tante insieme e l’affetto non è mai venuto meno. Nonostante dinamiche non semplici nei vari rapporti: Paolo considera l’amico e cognato Sandro un intellettuale triste e conformista, che non sa godersi la vita (anche se, sempre connesso a Twitter, cerca di darsi una botta di modernità); Sandro vive un complesso di superiorità sulla moglie, a sua volta un po’ frustrata dal fatto di sgobbare in casa e con i due figli mentre il marito fa l’intellettuale… Claudio è invece amicissimo da sempre di Betta, ne raccoglie confidenze e sfoghi; suscitando ironie, a sua insaputa, sui propri orientamenti sessuali… Quando a cena, dopo una classica e innocente domanda, si scopre il nome che Paolo e Simona hanno scelto per il bimbo che nascerà, le tensioni represse scoppieranno definitivamente, scatenando dispute su diverse visioni della vita e su questioni in sospeso tra loro.,Chi ha visto un paio di anni fa l’eccellente film francese Cena tra amici (Prenom, in originale) riconoscerà alcuni elementi della trama. In quel caso Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte avevano adattato un testo teatrale, portato in scena quasi dallo stesso gruppo di bravissimi attori poi protagonisti del film. Qui Francesca Archibugi, che torna al cinema a cinque anni da Questione di cuore, replica – insieme al cosceneggiatore Francesco Piccolo – il meccanismo dei cinque personaggi costretti nello stesso luogo (ma il nome, da non rivelare, che scatena la bufera è diverso come si poteva facilmente immaginare), con qualche differenza: l’inizio, in cui Simone è intervistata alla radio sul suo romanzo; i frequenti flashback sulle estati vissute insieme dai quattro amici nella grande villa della famiglia Pontecorvo, con la generosa ospitalità di un padre politico e di una madre bellissima e annoiata a coprire tensioni sotterranee; e, se vogliamo, le irruzioni dei due figli di Sandro e Betta, con tanto di videocamera montata su un piccolo drone, che viene a movimentare la presunta quiete di un gruppo di adulti con qualche problema irrisolto. Sono soprattutto Sandro e Paolo a incarnare due visioni opposte – una triste e legata a schemi rigidi, di sinistra, e una vincente e arrogante non tanto di destra quanto di narcisismo orgogliosamente disimpegnato – che comicamente si svelano nella loro immaturità. Mentre le loro donne finiscono sul punto di rottura. E Claudio, come nel film francese, definitivamente perturberà il fragile equilibrio.,Le qualità del film, apprezzabile anche da chi già conosca il modello cui si ispira, sono in dialoghi argutamente pungenti e in un gruppo di attori che si dà il cambio a ogni scena con geometrica precisione, come in una partitura musicale in cui ognuno è solista e corista al tempo stesso: strepitoso Alessandro Gassmann nella parte di Paolo, ben spalleggiato da sicurezze del nostro cinema come Luigi Lo Cascio (nell’impietoso ruolo del borghese di sinistra dai mille cliché), Rocco Papaleo e Valeria Golino (quella che nel confronto con l’originale aveva la prova più difficile: tener testa al confronto con Valérie Benguigui, indimenticabile Babou); e una Micaela Ramazzotti che film dopo film si fa apprezzare sempre di più (bello ed emozionante un suo monologo che mette al tappeto i quattro amici). Un affiatamento che diventa significativo nella scena migliore, quando gli amici di una vita usano una canzone di Lucio Dalla (“Telefonami tra vent’anni”) per perdonarsi a vicenda e per riaffermare il diritto al proprio modo di essere, con le proprie differenze da far accettare agli altri.,Antonio Autieri

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